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Un clochard in stazione tra l’indifferenza generale
di COSIMO DAMIANO DAMATO

TRANI - Una controra assolata, stazione di Trani, un uomo è avvolto come in un sarcofago in un plaid marrone sistemato sullo sportello di una delle biglietterie ferroviarie. Allo sportello vicino, con spietata indifferenza, la gente fa la fila per comprare i biglietti. Si riconosce l’odore di quella coperta anni settanta, ha la fragranza nauseante delle case dei nostri nonni, quelle dai mobili di quel legno che sapeva di muffa, dove trovare dure caramelle di latte che ci spaccava i denti. La coperta è piena di macchie che sembrano affreschi che riemergono da un passato per raccontare quella vita, perduta, dimenticata, scappata, rubata, scellerata, scostante.
La biglietteria della stazione diventa banco da macello che abbatte l’umanità, il cuore sacro di questo clochard con la barba da Che Guevara, del quale si intravede la pelle color carbone, dovuto all’arsura del tempo nomade. Sotto di lui c’è tutta la casa ed il suo mondo vagabondo, scatole, buste, ricordi rubati e regalati.

Fra gli stracci c’è una radio, di quelle disturbate dalle interferenze, si sente una vecchia canzone di Francesco De Gregori “Tutto più chiaro che qui” i cui versi entrano sottopelle: “È tutta stesa al sole, vecchio, questa vecchia storia. Tutta nelle tue gambe e nella tua memoria..che hai visto il cielo quand’era libero che si poteva guardare e hai visto l’aquila volare. Io da qui vedo il cielo inchiodato alla terra e la terra attraversata da gente di malaffare e vedo i ladri vantarsi e gli innocenti tremare. Vedo i ladri vantarsi e gli innocenti tremare. Ma tu dimmi che cosa vedi adesso tu che adesso quasi non ci vedi più, dimmi che cosa vedi tu da lì dimmi che è tutto più chiaro che qui”.

Mi chiedo se quell’uomo sia vivo o sia morto, non si muove, mi avvicino, gli tocco il braccio, apre gli occhi, ma il suo sguardo va oltre il mio, forse a cercare raggi di sole obliqui che tagliano la stazione in due, mi sorride malinconico. I suoi denti d’acino di vino indelebile sembrano lo scheletro di un tempio bruciato, il suo movimento crea un movimento di vento che va a sconquassare l’aria intorno ed ancora questo odore che mi commuove, mi tornano alla mente i funerali di Alda Merini; questa stazione sembra un paradiso laico dove si consuma un rito sacro che rende giustizia all’uomo dinanzi alla sua solitudine. Ricordo il Duomo ed il feretro della poetessa con il Vescovo di Milano che spargeva incenso grazie al quale si respirava un forte odore di misticismo e sacralità. Ad un tratto si spalancarono le porte della chiesa ed entrò un esercito di barboni: un forte malodore nauseò il Duomo, il puzzo di piscio della strada invase l’incenso sacro. Prorompeva cosi la forza della poesia e l’odore di incenso sacro e la puzza nauseante della strada si fondevano in una fragranza intensa e piacevole.

Quel giorno ho compreso cosa fosse la poesia ed anche questo barbone mi sembra un poeta, ancora ora, anche in questa stazione desolata, in questa stazione dove qualcuno sventola orgoglioso la sua copia di Charlie Hebdo con il pianto di Maometto, in questa città alla deriva, che non profuma più di porto, che ha accecato il faro, che ha chiuso una libreria, che ha tradito il bene comune, che permette ancora che la gente venga abbandonata come neve al sole.
Scatto delle fotografie per raccontare questa storia e mentre rivedo le foto mi vengono in mente dei versi di Alda: “Non ci esponiamo mai. Perché ci manca la forza di essere uomini, quella che ci fa accettare i nostri limiti, che ce li fa comprendere, dandogli senso e trasformandoli in energia, in forza appunto. Io amo la semplicità che si accompagna con l’umiltà. Mi piacciono i barboni. Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle, sentire gli odori delle cose, catturarne l’anima. Quelli che hanno la carne a contatto con la carne del mondo. Perché lì c’è verità, lì c’è dolcezza, lì c’è sensibilità, lì c’è ancora amore”.

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