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Barletta, Beppe Fiorello racconta suo padre grazie al mito Modugno
di Cosimo Damiano Damato

BARLETTA - Il viaggio psicoanalitico di Fiorello con la medicina Modugno per raccontare quel gigante di umiltà che è stato suo padre, grazie al quale ha conosciuto le canzoni di Mimì fin da quando era picciriddu con tutte le sue fragilità e timidezze (da venerdi sera in scena al comunale di Barletta. Stasera, domenica 18, ultima replica, porta alle 18, sipario alle 18.30). Un gioco di specchi emozionale, un’impalcatura essenziale, intima, Beppe porta a teatro un monologo di formazione che fa danzare insieme più generazioni.

«Penso che un sogno così» è un vero sogno ad occhi aperti, nessuna nostalgia ma solo vita densa vissuta e narrata con quel guitto appassionato e sanguigno che solo un artista meridionale può rivelare. Sapiente la regia di Giampiero Solari, nel suo stile minimale, poetico che dona l’appoggio leggero al canovaccio di narrazione solitaria che diventa maschera eduardiana neorealista. Commuove Fiorello, conquista la sua storia, la sua infanzia, ci conquista il cuore di suo padre, vero protagonista dello spettacolo, attraverso la sua vita conosciamo anche quella di Modugno, il padre di Beppe e Mimì avevano la stessa vitalità, in una costruzione drammaturgica dei destini incrociati, quasi alla Calvino. Beppe riscatta suo padre, artista mancato, lo fa rivivere, parlare e cantare insieme a Modugno, un aedo con più corde e memorie, tutto è possibile su un palcoscenico, ridisegnare anche sogni con quell’antica e minimale arte povera che è il teatro. E’ struggente il viaggio di Beppe, una sorta di autobiografia non autorizzata che nasce in un flusso di musica e poesia, fotografie in bianco e nero che ci raccontano la grande umiltà, il dono dei grandi valori, una storia minima che diventa storia che racconta una storia attraverso la nostra storia. Beppe grazie a Modugno ha riabbracciato suo padre e riportato il genio creativo di un grande artista alle nuove generazioni donandoci quella “straziante meravigliosa bellezza del creato” per dirla con le parole di Pasolini.

Durante lo spettacolo ci si gira indietro, ci sembra di vedere fisicamente suo padre, se ne sente la presenza, seduto nelle ultime file a rivedere questo straordinario film. Beppe sognava di volare, il picciriddu veniva sollevato dalla fantasia di suo padre che gli ha permesso di vedere il panorama del mondo visto dall’alto, sospinto dal vento della melodia di “Volare”. Beppe ha scelto di sognare, dipingendosi le mani e la faccia di blu ed oggi può donarci questa favola, una ballata mai scritta da Mimì, ma ogni piccolo suo sentire sembra assomigliare ad una sua canzone. Lo spettacolo appare come un album sonoro da sfogliare (notevoli le scene di Patrizia Bocconi, le scenografie digitali di Cristina Redini ed il disegno luci di Alberto Negri, sofisticati gli arrangiamenti unplugged di Daniele Bonaviri e Fabrizio Palma. Beppe, proprio come Modugno, sa imbracciare il naso da Cyrano per affondare lo sguardo disincantato nelle tragedie civili del petrolchimico siciliano e nel polo siderurgico di Taranto, all’ombra delle mafie che si nascondono sotto le veste dei santi delle processioni.

A Beppe basta una piccola torcia per diventare grande e indossare la giacca azzurra di Mimì, allarga le braccia e ci fa sorridere con “ La donna riccia” e ci fa piangere con “Cosa sono le nuvole”. Fiorello parla a se stesso, un dialogo con il bambino che è stato e che vive ancora, cambia pelle e diventa suo padre ed ancora Modugno, un macramè dove ogni filo ha il suo suono, la sua identità, la vita e sogno vengono annidati dalle parole, ognuna con la sua forza e significato. L’infanzia di Beppe ci appare come un grande carro dei commedianti, la Sicilia sembra quasi isola fluttuante prossima alla deriva dove vivere ogni giorno come se non si dovesse più vedere la luce e l’antidoto alle paure ed insicurezze è proprio l’arte, unico seme che non muore anche nella terra più amara.

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