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Foggiana uccisa, assolti tutti gli imputati Il caso dei campioni di Dna

di ANTONELLO NORSCIA
TRANI - Il delitto della 23enne foggiana trovata uccisa l’11 settembre 2007 nei pressi della Madonna dello Sterpeto di Barletta. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro la sentenza della Corte d’Assise d’Appello che il 17 maggio 2012 assolse i tre presunti assassini e i due supposti favoreggiatori. Il caso della perdita dei campioni di Dna
Foggiana uccisa, assolti tutti gli imputati Il caso dei campioni di Dna
ANTONELLO NORSCIA
TRANI - Resta senza nome l’assassino, o gli assassini, di Marisa Scopece, la 23enne foggiana trovata uccisa l’11 settembre 2007 nei pressi della Madonna dello Sterpeto di Barletta. La Corte di Cassazione ha, infatti, dichiarato inammissibile il ricorso promosso dalla Procura Generale presso la Corte d’Appello di Bari avverso la sentenza della Corte d’Assise d’Appello che il 17 maggio 2012 assolse i tre presunti assassini e i due supposti favoreggiatori.Il cadavere di Marisa fu rinvenuto da un agricoltore su un tratturo adiacente il Santuario. Il corpo crivellato di colpi e martoriato da fiamme, animali randagi e forti escursione termiche, rimase senza nome sino al 19 settembre, quando il tatuaggio fu riconosciuto ed associato alla vittima da Salvatore Angelotti, responsabile della Cooperativa Il Sipario di Gravina che l’aveva ospitata.

Il 29 aprile 2011, la Corte d’Assise di Trani (presidente Carone, estensore Gadaleta) condannò tutti gli imputati accusati del delitto e i loro presunti favoreggiatori. Il collegio inflisse 30 anni di carcere Giuseppe Gallone (oggi 39enne) e Raimondo Carbone (40) e 27 anni di galera ad Emanuele Modesto (40), tutti di Trinitapoli, per le accuse di omicidio premeditato, distruzione di cadavere, rapina ed illecita detenzione di una pistola. Ma il 17 giugno 2012 la sentenza fu completamente ribaltata dalla Corte d’Assise d’Appello di Bari. L’assoluzione con formula piena dei presunti assassini fece venir meno, in radice, le imputazioni nei confronti dei cerignolani Antonio Reddavide (55 anni) e Geremia Strafezza (39) accusati d’aver taciuto o reso false informazioni sugli ultimi spostamenti della Scopece. I due, in primo grado, erano stati rispettivamente condannati ad 8 mesi di reclusione ed ad 1 anno e 8 mesi di reclusione. Ora, dunque, l’inammissibilità del ricorso del sostituto procuratore generale Emanuele De Maria determina il passaggio in giudicato della sentenza di secondo grado. Ciò significa che gli imputati chiudono definitivamente la loro posizione processuale. Nulla e nessuno, nemmeno eventuali future novità, potranno scalfire la loro assoluzione.

Le motivazioni della sentenza assolutoria della Corte d’Assise d’Appello di Bari (presidente Di Venosa, relatore Civita) smontarono la lettura degli elementi indiziari dati dalla Corte d’Assise di Trani. Al contempo i giudici baresi intravidero una pista alternativa e, nondimeno, evidenziarono lacune investigative. Soprattutto l’impossibilità di comparare il DNA della vittima con quella dei presunti assassini. I giudici parlarono testualmente di “incomprensibile negligenza degli inquirenti”.

«Gli imputati – scrisse la Corte barese - prestarono il consenso al prelievo del loro Dna e ciò al fine di consentirne la comparazione col Dna che avrebbe dovuto esser estratto dagli spermatozoi che, rinvenuti nella cavità vaginale della vittima, erano stati dal medico legale fissati su alcuni tamponi. Una tale operazione non potè aver luogo perché i tamponi consegnati dal consulente autoptico agli inquirenti (l’operazione di estrazione del Dna, infatti, avrebbe dovuto esser eseguita dalla Polizia Scientifica di Roma) erano andati maldestramente perduti.

Il tentativo di rimediare attraverso la ricerca e l’impiego di altro materiale biologico all’epoca prelevato non aveva dato successo, essendo risultato inutilizzabile ai fini dell’individuazione del Dna.

Gli imputati manifestarono da subito la disponibilità a sottoporsi all’esame del Dna che avrebbe potuto sortire effetti decisivi, apparendo ragionevole ipotizzare il coinvolgimento nell’omicidio del soggetto (o dei soggetti) che aveva avuto un rapporto sessuale con la vittima poco prima della sua morte. Orbene, se tale accertamento non è risultato in concreto possibile a causa della incomprensibile negligenza degli inquirenti, non possono farsi ricadere a carico degli imputati le relative conseguenze».

A questo punto, dunque, non resterebbe che indagare altrove.

La verità sull’omicidio Scopece la conosce solo Marisa, per cui nessuno si costituì parte civile.

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