La curiosità

La storia di Mirko: «Io, portalettere di Trani ora sono in Val di Susa. Quasi sulle orme di Quo Vado»

Nico Aurora

Mirko Covelli, 33 anni: «Qui quasi per gioco, vivo bene e per ora non torno»

Dal mare alla neve: quella di Mirko Covelli, il 33enne portalettere di Trani che ha scelto le Alpi, è una storia di vita e lavoro. Mirko, come il protagonista di Kiss me Licia, di cui la mamma era fan. Nato a Trani, portalettere di Posteitaliane a Trani, oggi in servizio a Bussoleno, in provincia di Torino ed in Val di Susa dove lavora in alta quota, consegnando la posta al Sestriere, il comune più alto d’Italia, a 2.035 metri sul livello del mare. Un salto geografico e di senso che vale la pena raccontare.

«Ho iniziato con i contratti a scadenza a Trani, il 29 giugno 2021, e ho finito il 30 giugno 2022 - racconta Mirko -. Poi sono entrato a tempo indeterminato a novembre dello stesso anno». A quel punto, però, è arrivata la scelta. «Mi piaceva l’idea di andare al nord, e in particolare mi piaceva Torino. Poi si è creata una graduatoria e, tra le possibilità che mi si sono presentate, ho detto: perché no, vada per la Val di Susa. Il nome mi ispirava».

Non è mancata una certa leggerezza in quella decisione, «seguendo le orme di Checco Zalone in Quo vado», precisa lui con autoironia, e, come avrebbe visto più tardi sempre sul grande schermo, Antonio Albanse in Un mondo a parte. Ma dietro la battuta c’era una riflessione vera.

Il 2 novembre 2022 è il primo giorno di servizio in alta Valle. L’ufficio di partenza è Cesana Torinese, a 1.400 metri; il giro di consegna arriva fino agli oltre 2.000 metri del Sestriere, con un dislivello di 600 metri da percorrere quotidianamente. In una giornata d’alta stagione Mirko copre tra i 30 e i 40 chilometri e consegna un centinaio di pacchi, a volte fino a 150, oltre la corrispondenza tradizionale. La casa l’ha trovata a pochi chilometri di distanza in un paesino di 5.000 anime, Bussoleno. Una differenza di 1.500 metri rispetto al posto di lavoro: una quotidianità fatta di salite, neve, freddo. E di silenzio.

Il primo Natale lontano da casa rischiava di pesare. «Non avevo mai pensato di fare il Natale lontano dalla famiglia», racconta. Ma i colleghi non lo hanno lasciato solo: lo hanno invitato nelle loro case, accolto alle loro tavole, fatto entrare nelle loro tradizioni. «Ho scoperto così che al nord il 24 dicembre non è particolarmente sentito, mentre il pranzo del 25 è il momento centrale. È stato diverso, ma bello». E quando si trovava ancora tra i cartoni da disfare nell’appartamento nuovo, quella sera di Natale Mirko aveva capito che l’integrazione era già cominciata.

«Perché integrarsi qui - racconta - è stato semplice. Sono comuni di frontiera, la gente è abituata all’incontro con il diverso, con chi viene da lontano. Ho trovato tanti altri ragazzi del sud chi per le poste, chi per le ferrovie, e abbiamo creato la nostra piccola famiglia. Una comunità informale, fatta di cene condivise, serate al bar, chiacchiere al ritorno dal turno. D’inverno ci si ritira presto, perché il freddo lo impone; d’estate si sale ancora in montagna, per scegliere il freddo. «D’estate al Sestriere arriviamo al massimo a 25 gradi», osserva Mirko con la soddisfazione di chi ricorda bene i 40, sofferti gradi di agosto sulla costa pugliese.

A Trani Mirko ha lasciato sua madre - il padre è morto anni fa in un incidente in moto - e ci torna tre o quattro volte l’anno, per periodi di almeno dieci giorni. «Non scendo spesso, ma quando scendo ci rimango un po’». Sua moglie, che ha sposato a Trani, lo ha seguito in Val di Susa: lavora come educatrice in un asilo a Bussoleno. Entrambi si sono costruiti qualcosa di solido in quel paesino di montagna dove, dice, «ci conosciamo già tutti, un po’ per il cagnolino che portiamo a spasso, un po’ perché fare il postino significa imparare a mettere facce su civici, e viceversa. E poi il buongiorno non te lo nega nessuno, e in quella frase c’è tutto: la cortesia diffusa, il ritmo più lento, la sensazione di abitare davvero un luogo, non solo di transitarci».

Qualcuno gli ha detto che era incosciente. Che Trani è bella, che aveva tutto lì. «Sì, me lo dicono in tanti. Ma io sono venuto prima quasi per gioco, e poi ho capito che questa poteva essere una scelta definitiva. L’anno scorso mi sono sposato qui e non a Trani».

La politica locale discute spesso di fuga dei giovani al nord, come se ogni partenza fosse una sconfitta, ma Mirko non la vede così: «Non sono scappato per alcun motivo. A Trani mi trovavo bene. Ma questa è stata una scelta». Una distinzione piccola nel lessico, enorme nel significato.

C’è pure la possibilità teorica di tornare: le domande di mobilità esistono, e una sua collega di Ruvo di Puglia, che lavorava nello stesso ufficio di Cesana, l’anno scorso ha fatto domanda ed è riuscita a rientrare. Mirko, invece, quella domanda non l’ha presentata: «Non era mia intenzione e non credo mai lo sarà».

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