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Canosa, la chiesetta di Sant'Antonio da salvare

Fu costruita nel 1947 tra i «capannoni» che vent’anni prima accolsero i senzatetto

Canosa, chiesetta di Sant'Antonio da salvare

Canosa - Un chiesa dimenticata e chiusa. Ed una campana che rischia persino di precipitare sulla trafficata strada extramurale sottostante. La chiesa è quella di Sant’Antonio, a Canosa. Una chiesetta di rione, quello ancora oggi indicato come “Capannoni” e che ha superato da pochi anni i 60 anni dalla sua tribolata costruzione.

La chiesa nasce, infatti, molti anni dopo che in quel quartiere, i “Capannoni” vennero accolti gli abitanti della zona castello e i meno fortunati, colpiti dal terremoto del 1930, il terremoto “dell'Irpinia e del Vulture”, sisma che si verificò il 23 luglio con epicentro tra l’Irpinia e il vicino Vulture. In quell’occasione, venne realizzata dal Comune una cinquantina di modeste ma “luminose” abitazioni (si scrisse all’epoca) per accogliere un migliaio di persone. Siamo negli Anni Trenta, e quelle abitazioni a “capanna” apparvero di certo una buona soluzione per i senzatetto. Una soluzione probabilmente provvisoria ma che in parte, ancora oggi (eccetto alcune abbattute e ricostruite in chiave moderna) rappresenta per molte famiglie, l’unico tetto dove ripararsi e vivere.

Nel 1930, però, nessuno si preoccupò di prevedere la presenza una chiesa nel quartiere popolare che andava man mano costituendosi. L’idea, e la necessità, la si avvertì solo nel Dopoguerra - siamo nel 1947 - come riportava in una sua autobiografia don Biagio Saraceno, attivissimo e stimatissimo parroco della parrocchia della zona, quella di “Gesù, Giuseppe e Maria”.

«Dopo il terremoto del 1930 la prefettura, per sollevare le tristi condizioni dei senzatetto, faceva costruire nella periferia del paese ai limiti della parrocchia di Gesù Maria una cinquantina di capannoni .. si provvide a tutto: stanze luminose e cortili Ma si trascurò di costruire una chiesa. La carenza di un assoluto ausilio per la vita e morale e religiosa dei terremotati fu avvertita da tutte le famiglie ricoverate senza che alcuno si fosse offerto alla soluzione del grave problema».

Per questo si adoperarono l’allora vescovo, monsignor Giuseppe Di Donna e proprio il parroco don Biagio Saraceno che – racconta - «per mantenere viva la fiamma della fede in Gesù Cristo, si portava nelle case private a funzionare, a predicare esercizi spirituali nei mesi di maggio e di giugno, e qualche volta celebrava la santa messa anche all'aperto col permesso del Vescovo».

Ma questo non era sufficiente: il vescovo Di Donna e il parroco Saraceno interessarono l’allora commissario prefettizio di Canosa, Ciro Conte. Fu lui, “da buon cattolico devoto di Sant'Antonio” che prese a cuore la “santa causa”. Si arriva così al 15 maggio del 1946 quando fu benedetta e posata la prima pietra da mons. Giuseppe Ruotolo, vescovo di Ugento, per l’assenza di monsignor Di Donna; presente alla cerimonia l’allora arciprete Francesco Minerva (poi divenuto arcivescovo) e lo stesso commissario Ciro Conte che fu il “padrino” della posa della prima pietra insieme con la signora Rosa Maria Rossi.

Il 20 dicembre dell’anno successivo, era il 1947, la «Chiesina sotto il titolo del taumaturgo Sant'Antonio venerato da tutti” – ricorda don Biagio Saraceno - veniva benedetta mentre l'altare veniva consacrato da Monsignor Di Donna con grande soddisfazione del vescovo e gioia dei fedeli del rione dei capannoni. Da allora è sempre stata officiata e molta gente si è riversata ad onorare il grande santo di Padova».

Proprio al “Santo dei poveri e diseredati” venne dedicata la chiesetta che però “mancava” ancora della sacrestia, che fu fatta costruire dal commissario prefettizio Giuseppe Calvani, mentre successivamente il sindaco di Canosa, Vito Rosa e l’allora segretario della Dc, dottor Giuseppe Germinario Luigi, concessero una “stanzetta attigua alla chiesa per l'istruzione catechistica ai bambini del rione”. Per don Saraceno, mancava ancora – ma non fu mai realizzato – anche un “Asilo Sant’Antonio”.

«Per l'indispensabile attrezzatura e ornamentazione della Chiesetta» il parroco lanciò un appello alle persone generose e tra coloro che risposero ci fu anche l’allora presidente del Repubblica, il sen. Enrico De Nicola “con l'offerta di centomila lire”.
La concessione della chiesa da parte del Comune avvenne negli anni Sessanta, su iniziativa dell’allora parroco don Bernardo Caporale: il 12 dicembre del 1969 venne ufficializzata la “concessione perpetua” dal Comune alla parrocchia di Gesù, Giuseppe e Maria. Da allora il Comune, che è il proprietario dell’immobile, si è occupato a fasi alterne della sua manutenzione. Man mano, però, la chiesa ha registrato una continua decadenza e una delle ultime volte che è stata aperta al culto, è stato per il cinquantennale della sua costruzione: era il giorno di Sant’Antonio (13 giugno) del 1997, e l’iniziativa arrivò dal parroco attuale, don Mario Porro. Poi, dopo un paio di anni di utilizzo sempre più difficoltoso e sporadico, per il peggioramento delle condizioni della struttura, il definitivo l’abbandono.

Il segno più evidente e preoccupante arriva dalla campana che, vista dall’esterno presenta l’asse ormai inclinato, quindi è squilibrata e rischia seriamente di cadere al suolo, sulla via.

Una campana che, come tutta la chiesetta, il suo altare e la statua del Santo (conservata nella chiesa parrocchiale), racconta una pagina della storia della città.

Un’autentica testimonianza che anche per il valore più squisitamente socio culturale, andrebbe al più presto recuperata e anche riaperta al culto.

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