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Omicidio Lanera «Ha sparato papà»

Michele Ruberto, accusato insieme al padre Vincenzo dell'assassinio dell'avvocato Francesco Lanera (nella foto), avrebbe confessato. A sparare al noto civilista, nel suo studio di Melfi (Potenza), il 10 aprile del 2003, sarebbe stato il padre. Al figlio, allora 21enne, il genitore aveva chiesto di fare da «palo»
Omicidio Lanera «Ha sparato papà»
POTENZA - Michele Ruberto, accusato insieme al padre Vincenzo dell’assassinio dell’avvocato Francesco Lanera, avrebbe confessato. A sparare al noto civilista, nel suo studio di Melfi, in provincia di Potenza, il 10 aprile del 2003 sarebbe stato il padre. Al figlio, allora ventunenne, il genitore aveva chiesto di attendere sul sagrato del vicino Duomo e di segnalare telefonicamente al padre l’arrivo del legale. 

Dopodichè sarebbe arrivato Vincenzo e, salito nello studio di Lanera, lo avrebbe ucciso con due colpi di pistola calibro 7,65. Arma che poi sarebbe stata buttata nel pozzo di una campagna in periferia. Sarebbe questo il racconto fatto da Michele Ruberto nel carcere di Melfi, al gip Luigi Galasso.

Intanto i carabinieri sono alla ricerca della pistola per ricostruire la veridicità di quanto dichiarato nell’interrogatorio da Ruberto figlio. 

Vincenzo, detenuto nel carcere di Lecce per un’accusa di violenza carnale, si è avvalso della facoltà di non rispondere.

IL «GIALLO» DI MELFI
Il caso Lanera fu subito un rompicapo per gli investigatori. L'avvocato, all'epoca 46enne, fu ucciso con tre colpi di pistola, uno dei quali lo raggiunse alla testa. L’intenzione dell’assalitore era chiaramente quella di uccidere e la dinamica dei fatti lasciava pensare ad un professionista. Ciò che gli agenti della Squadra Mobile di Potenza e del locale commissariato non riuscivano a spiegarsi era "chi" avesse sparato ed, eventualmente, "chi" fosse il mandante. Il delitto era tanto "perfetto" (dal punto di vista dell'esecuzione) che gli investigatori pensarono che addirittura fosse stato assoldato un killer professionista per l'esecuzione materiale dell'omicidio. 

La dinamica poi destava perplessità. Il giorno della sua morte, infatti, l'avvocato era giunto nello studio (intorno alle 16) e sarebbe stato egli stesso ad aprire la porta al suo assassino. L'avrebbe addirittura fatto accomodare nel suo studio (cosa che fece subito pensare che la vittima conoscesse il suo carnefice). Come riportò La Gazzetta del Mezzogiorno Lanera, poi, «avrebbe preso posto tranquillamente dietro la sua scrivania e si sarebbe seduto di fronte al suo interlocutore» quando questo «all’improvviso, ha estratto una pistola calibro 22 ed ha sparato tre colpi mirando alla testa». 

Mentre l'avvocato boccheggiava accasciato sulla scrivania, il killer fuggiva indisturbato. Nessuno sentì i colpi (forse è stato utilizzato un silenziatore), nessuno ha visto niente se non una persona spostarsi velocemente nei vicoli del centro. 

L’avvocato si occupava principalmente di procedimenti civili e, tra questi, curava un gran numero di divorzi. Ora, concluso il percorso investigativo, la parola passa ai giudici.

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