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Ricerca: Matera tra le più carenti di infrastrutture

Il quadro è tratteggiato da una ricerca di Unioncamere e Istituto Tagliacarne, presentata oggi a Brescia nell'ambito della 127ª Assemblea degli amministratori camerali
Ricerca: Matera tra le più carenti di infrastrutture
BRESCIA - Trieste, Varese, Roma e Firenze sono le province meglio «attrezzate» per le imprese e le famiglie. Nuoro, Oristano, Isernia e Matera quelle in cui la dotazione di infrastrutture è più carente. E il divario tra Centro-nord e Sud si riduce ma resta elevato. Il quadro è tratteggiato da una ricerca di Unioncamere e Istituto Tagliacarne, presentata oggi a Brescia nell'ambito della 127ª Assemblea degli amministratori camerali, che calcola la dotazione di infrastrutture, sia di quelle dedicate alle imprese, sia di quelle utilizzate dalle famiglie. Il gap tra centro-nord e Mezzogiorno dal 2000 al 2007 si è solo leggermente ridotto, si legge nella presentazione dello studio, «ma resta davvero pesante. Anche alcune province del Centro-Nord poi registrano ritardi notevoli rispetto alla media nazionale».
Trieste, Varese, Roma e Firenze si pongono saldamente in cima alla classifica nazionale per dotazione di infrastrutture economiche (trasporti al netto dei porti; energia e ambiente; Tlc; reti bancarie e di servizi) e sociali (scuole e università, ospedali, strutture per la cultura e il tempo libero), confermando un primato già segnato nel 2000. Secondo la ricerca, la buona dotazione di questi territori, in particolare di Trieste e Varese, è avvalorata anche dagli indicatori specifici: Varese svetta nella classifica per dotazione di infrastrutture economiche, seguita da Trieste; il capoluogo giuliano si attesta al primo posto per presenza di scuole, ospedali e strutture dedicate al tempo libero (complessivamente considerate) rispetto alle potenziali esigenze di domanda del territorio. Seguono, in questo caso, Firenze e Roma, sulle quali incide il fatto di essere centri di attrazione turistica e culturale.
L'Italia, però, mantiene due velocità. Solo 33 province presentano un indice di dotazione infrastrutturale complessiva pari o superiore alla media. Tutte le altre, la stragrande maggioranza delle quali del Mezzogiorno, evidenziano deficit più o meno grandi. E, soprattutto, lo scarto tra Centro-Nord e Sud, tra il 2000 ed il 2007, ha subito solo una limatina: era 36,6 nel 2000 (la media Italia è uguale a 100), è divenuto 35,5 nel 2007. A guadagnarci, tra l'altro, sono state solo le famiglie: le infrastrutture sociali del Meridione, infatti, si attestano a 79,9, con un miglioramento rispetto al 2000 di 2,6 punti. Quelle di trasporto e, più in generale, quelle destinate soprattutto alle imprese, invece, registrano addirittura un peggioramento, sebbene lieve (da 76,9 del 2000 a 76,5 del 2007). Migliora di un soffio, invece, la dotazione di infrastrutture economiche del Centro-Nord (da 113,4 a 113,5 nel 2007), mentre peggiora la dotazione sociale (da 114,3 del 2000 a 112,4 del 2007).
«L'immagine dell'Italia che affiora dalle nostre analisi è quella di un Paese a un bivio - osserva il presidente di Unioncamere Andrea Mondello - L'alternativa è tra imboccare l'autostrada per la modernità, oppure rimanere sulla vecchia provinciale». Mondello spiega che le Camere di commercio «stanno già dando il loro contributo, con la creazione di uno strumento finanziario di sistema» e con «la costituzione di una holding di sistema, per valorizzare i tanti investimenti in infrastrutture locali delle Camere di Commercio e metterli così al servizio del sistema Paese».
Per Francesco Bettoni, presidente della Camera di Commercio di Brescia, l'Italia «soffre di un ritardo infrastrutturale cronico, che si è acuito negli ultimi 15 anni, e negli ultimi 5 ha addirittura accelerato il passo». Bettoni indica l'esempio delle autostrade: «Nel 1980 la nostra rete era più estesa di quella della Francia e lunga tre volte quella della Spagna. Oggi la Francia ci supera del 65% e la Spagna del 75%. Tra il 2000 ed il 2005 in Italia sono stati aperti 64 chilometri di autostrade, contro i 1.035 della Francia e i 2.383 della Spagna. Tutto ciò a fronte di un intervento pubblico pari, secondo nostre stime, a oltre 200 miliardi di euro in termini reali dal 1980 al 2006 (prezzi 1993)».

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