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Tra sacro e profano la Passione arbereshe

L'antico rito si celebra ogni anno a Barile in provincia di Potenza dove dal XV secolo vive ormai perfettamente insediata una comunità di origine albanese. Figure cardine la «zingara» e il «moro»
Tra sacro e profano la Passione arbereshe
ROMA - Comincia presto, già dieci giorni prima di Pasqua, il rito di commemorazione della Passione di Cristo a Barile, piccola comunità arbereshe (cioè discendente dagli albanesi fuggiti in Italia nel corso del XV e XVI secolo) della provincia di Potenza.
Da quel giorno e fino al venerdì santo, tutte le sere un suono di tromba si sente per le strade del paese: sono i soldati che cercano il Cristo già condannato. Che questa terra evochi intense suggestioni religiose, di quella religione che è tutt'uno con la cultura e la storia collettiva di un popolo, lo pensò anche Pasolini che qui - nelle grotte scavate in pietra lavica, che furono le prime abitazioni degli albanesi - venne a girare alcune delle scene del "Vangelo secondo Matteo".
In questo angolo di Basilicata, da tempo immemorabile il venerdì santo si torna ad interpretare elementi extra-evangelici, nati nel tempo da una visionaria immaginazione popolare. Non si tratta di una rappresentazione vera e propria, ma di una processione che per alcune ore, nel primo pomeriggio, attraversa il paese e la cui caratteristica è la fissità da icona delle espressioni e degli atteggiamenti dei personaggi. Sembra che si vogliano rappresentare le statue piuttosto che personaggi in carne e ossa, o meglio le raffigurazioni ieratiche e quasi inespressive, oltre che coperto d'oro, dell'arte bizantina.
E' l'oro, infatti, il motivo ricorrente della manifestazione: copre le croci e gli abiti bianchi delle "Tre Marie", bimbe che simboleggiano purezza e innocenza, le braccia impastate della Veronica, intesse il vestito dell'Addolorata, identico a quello della statua che troneggia in ogni chiesa del Sud, impreziosisce le dita dei sacerdoti del Sinedrio. Ma, soprattutto, "veste" la zingara, personaggio singolare che, secondo la tradizione popolare ha acquistato i chiodi per la crocifissione.

Zingara e moro (altro personaggio-simbolo rappresentativo del male e truccato, guarda caso, da negro) sono fra i pochi personaggi che si muovono nel corso della processione, ostentando indifferenza e persino allegria nel generale clima di tragedia. Da Natale in poi, la ragazza che interpreterà la zingara, di solito una bella bruna prosperosa, raccoglie gli ori delle famiglie del paese. Con i dieci chili di splendidi ori antichi che raccoglie, la zingara "costruisce" un corpetto ricchissimo, e ancora se ne riempie le dita e le braccia, i capelli e il collo e, ridendo sfacciata, ancheggiando sfrontata davanti all'Ecce Homo insanguinato, regala alla gente ceci e confetti, estraendoli da un cestino rosso-lussuria in cui occhieggiano, sinistri, enormi chiodi.

Malvagità e bellezza, empietà e ostentazione, sensualità e arroganza si identificano in una rappresentazione fisica, femminile, del male: ma è difficile non leggere in questo gusto opulento dell'oro anche le tracce del passato orientale, dei fulgori da chiesa ortodossa di questo popolo la cui patrona è, dai tempi della diaspora, la Madonna di Costantinopoli.
Legate, invece, a un più mortificato passato penitenziale sono le figure (tre) rappresentanti il Cristo: oltre a quello tradizionale (biondo, coperto dal drappo rosso), due interamente velate di bianco, interpretate da sconosciuti penitenti, scalzi e piegati in due per tutto il tempo della rappresentazione. Simboleggiano i momenti della sofferenza (Cristo alla colonna) e dell'umiliazione (il Cristo con la canna del Re dei Giudei).

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