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Basilicata maglia nera, non previene frane

«Il rischio alluvioni nel nostro Paese riguarda ovviamente i grandi fiumi, ma soprattutto l'immenso reticolo di corsi d'acqua minori di cui l'Italia è ricchissima»
nubifragio Vibo, franaROMA - L'80% dei mille comuni più esposti a rischio idrogeologico ha abitazioni minacciate da frane e alluvioni, uno su tre interi quartieri e oltre la metà vede addirittura sorgere in zone a rischio fabbricati industriali. E' quanto rivela l'indagine «Ecosisterma a rischio» condotta da Legambiente e Dipartimento della Protezione Civile, secondo cui il 39% dei comuni non fa «praticamente nulla per la sicurezza del territorio», mentre il 71% compie un lavoro di mitigazione del rischio idrogeologico ancora insufficiente. Il pericolo frane e alluvioni in Italia resta quindi sempre alto per la presenza di troppo cemento lungo i corsi d'acqua e per i ritardi nella prevenzione. Nel 39% dei comuni non viene infatti ancora realizzata una manutenzione ordinaria delle sponde e le delocalizzazioni delle strutture presenti nelle aree più a rischio riguardano per le abitazioni appena l'11% dei comuni e per i fabbricati industriali solo il 6%.
Il rapporto (realizzato con Operazione Fiumi 2007, la campagna d'informazione per la prevenzione dei rischi legati al dissesto idrogeologico, che ha monitorato le azioni che oltre 1000 amministrazioni comunali, classificate nel 2003 dal Ministero dell'Ambiente e dall'UPI a rischio idrogeologico) rivela che quasi quattro amministrazioni comunali su cinque possiedono un piano d'emergenza da mettere in atto in caso di frana o alluvione, anche se oltre la metà non lo ha aggiornato negli ultimi anni, rendendolo così uno strumento meno efficace in situazioni di calamità.
Concentrate nel nord e nel centro le «maglie rosa» assegnate ai comuni più meritori da «Operazione Fiumi 2007» di Legambiente e Dipartimento della Protezione Civile. Primo in classifica per il secondo anno consecutivo Santa Croce sull'Arno (PI) seguita Palazzolo sull'Oglio (BS) per il terzo anno tra i comuni più meritori a pari merito con il nuovo entrato Finale Emilia (MO). Sono cinque, invece, le «maglie nere», assegnate tutte al centro-sud Tursi (MT), San Biagio Saracinisco (FR), Scarnafigi (CN), Castel Volturno (CE), Sutera( CL), Noto (SR).
Tra i capoluoghi di regione è Genova la più meritoria: ha avviato interventi di delocalizzazione, effettua una costante manutenzione degli alvei e delle opere di difesa idraulica, ha un piano aggiornato e organizza attività informative rivolte ai cittadini. Fanalino di coda della classifica invece L'Aquila che, pur avendo strutture in aree a rischio, non ha avviato interventi di delocalizzazione.

Su base regionale è in Umbria la percentuale di comuni più attivi contro il rischio idrogeologico, il 41% svolge, infatti, un lavoro complessivamente positivo in questo senso. In fondo alla classifica invece i comuni di Abruzzo, Calabria e Basilicata dove ben il 92% delle amministrazioni svolge un lavoro negativo nell'opera di prevenzione e mitigazione del rischio. Complessivamente in Italia le amministrazioni locali non sembrano ancora sufficientemente attive per rendere meno fragile il territorio, anche se tanti esempi positivi dimostrano come una gestione diversa dei fiumi sia possibile.

«Gli effetti dei mutamenti climatici - ha detto Francesco Ferrante, direttore generale Legambiente nel corso del convegno dedicato al libro «Le buone pratiche per gestire il territorio e ridurre il rischio idrogeologico», organizzato in occasione dell'VIII Congresso nazionale di Legambiente.- sommati a una gestione del territorio e dei fiumi troppo spesso sciagurata e irrazionale, portano tutta l'Italia ad essere estremamente soggetta al rischio frane e alluvioni. Ma di fronte a questo dato, sempre più evidente, sono ancora troppe le amministrazioni che sottovalutano l'importanza strategica di una prevenzione di qualità, che va dalla manutenzione ordinaria delle sponde alla delocalizzazione degli edifici delle aree a rischio. Una pesante eredità del passato, si potrebbe dire, ma non solo. I dati che abbiamo raccolto - ha aggiunto Ferrante - dimostrano, infatti, come spesso proprio le opere di difesa idraulica diventano alibi per continuare a costruire e che l'abusivismo e il cemento continuano ancora oggi ad aggredire i corsi d'acqua. Benché possiamo contare su un sistema di protezione civile di assoluta eccellenza è necessario che l'adattamento ai mutamenti climatici passi anche e soprattutto da una concreta ed efficace cura del territorio».
«Il rischio alluvioni nel nostro Paese riguarda ovviamente i grandi fiumi, ma soprattutto l'immenso reticolo di corsi d'acqua minori di cui l'Italia è ricchissima - ha spiegato Simone Andreotti, responsabile nazionale Protezione Civile Legambiente -. Torrenti, fossi e fiumare sono sempre più spesso quelli dove si compiono gli scempi urbanistici più gravi, con intubazioni, discariche abusive, ponti sottostimati e con le case sin dentro gli alvei. Soprattutto in questi punti estremamente critici è prioritario iniziare ad abbattere le case abusive e a delocalizzare le strutture più a rischio, concretizzando interventi di messa in sicurezza di qualità. Una sfida - ha concluso Andreotti - di cui i Sindaci devono diventare sempre più protagonisti».

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