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L'ambiente, priorità in età napoleonica

E' emerso durante un convegno di studi «Il Mezzogiorno d'Italia in età napoleonica» che si è svolto a Potenza. Tra i primi atti del decennio c'è la creazione del «Catasto provvisorio» del 1809
POTENZA - Attenzione per le problematiche ambientali, per la difesa del suolo e per l'innovazione nelle opere pubbliche, accanto alle riforme finanziarie e fiscali: alcuni dei temi delle politiche attuate nel Sud durante il decennio francese (1806-1815) sono ancora estremamente attuali, come emerge dalla seconda giornata del convegno di studi «Il Mezzogiorno d'Italia in età napoleonica» che si è svolta stamani a Potenza, a cui hanno partecipato docenti e ricercatori di alcune università italiane.
Il governo del territorio e l'attenzione per il suolo sono due degli aspetti principali dell'attività amministrativa francese nel Mezzogiorno tra il 1806 e il 1815. Tra i primi atti del decennio c'è la creazione del «Catasto provvisorio» del 1809, che resterà in vigore fino all'approvazione della legge di perequazione fondiaria post-unitaria del 1886 e quindi dell'avvento del catasto italiano.
In alcuni paesi della Calabria, ha ricordato Saverio Russo (professore di storia agraria all'Università di Foggia), il catasto voluto dai francesi fu sostituito da quello italiano solo al termine della Seconda Guerra Mondiale. L'operazione amministrativa ottocentesca rappresentò, nel Mezzogiorno, una vera e propria svolta che "non ha goduto di una grande storiografia - ha aggiunto Russo - ma di forti critiche", ma che ha permesso un'analisi profonda dell'assetto del territorio agricolo, con la registrazione di 400 tomoli di terra, pari al 25 per cento del totale dei terreni. Dai dati catastali si può anche desumere la variazione dell'uso dei fondi nel Mezzogiorno tra il 1816 e il 1929, con la concentrazione, ad esempio, delle colture legnose (viti e ulivi) nel Salento pugliese e nella zona lucana del Vulture Melfese.

Una particolare novità del decennio francese riguarda la nascita delle prime politiche ambientali ad opera, in particolare, dell'intellettuale brindisino Teodoro Monticelli (1759-1845), protagonista dell'intervento di Giuseppe Foscari, docente di storia delle istituzioni all'Università di Salerno. Monticelli comprese l'importanza della bonifica del territorio, dai litorali all'interno martoriato dalle paludi e dai miasmi derivanti dalla lavorazione del lino e dalla stagnazione dei tessuti nelle acque a poca distanza dai centri abitati. L'intellettuale brindisino, ha ricordato Foscari, lottò per l'istituzione del 'Corpo di ponti e strade del 1808, e per il miglioramento dell''Amministrazione delle foreste e delle acque, che «dovevano far bene allo Stato e non reddito per il governo».
Monticelli, oltre ad essere un precursore dell'ambientalismo moderno, intuì anche l'importanza della qualità delle opere pubbliche, che poi sfociò nella creazione, da parte di Gioacchino Murat, della Scuola di applicazione napoletana nel 1811, come ha sottolineato Adriana Di Leo (docente di storia contemporanea all'Università di Salerno). Un'istituzione che permise la formazione di nuovi tecnici del Mezzogiorno, con «allievi - ha spiegato Di Leo - che si recarono in Inghilterra e Francia per lo studio di ponti e canali«. Fu un grande laboratorio sperimentale che creò grandi figure e sancì nuove strutture per le opere pubbliche, rispetto alla realtà lucana e calabrese. Nel decennio francese, infatti, fu proposta la creazione di nuove strade verso il mare, in particolare verso Maratea (Potenza), e l'allargamento di alcuni assi viari, «prima appena capaci di sopportare il passaggio di due muli contemporaneamente».

Il convegno ha proposto anche un'analisi sul rapporto tra la religione, l'illuminismo e i riti popolari, «ancora intrisi, nel napoletano, di superstizione», ha spiegato Giuseppe Viscardi, docente di storia moderna all'Università di Salerno, che ha ricordato come, in Basilicata, l'influenza napoleonica non ebbe alcun riflesso sui riti sacri. E non sono mancate tracce di beghe amministrative tra Comuni per l'acquisizione delle intendenze provinciali, come nel caso di Paola (Cosenza), che accusò Amantea (Cosenza) anche di «non piccoli scandali», come ha ricordato Rosanna Sicilia, dell'Università di Calabria.

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