Potenza, così la mafia  investiva in Basilicata

POTENZA - L’ultimo in ordine di sequestro è un immobile del clan Belforte di Napoli a Barile. Era intestato a un prestanome della cosca. Gli investigatori l’hanno scovato e sequestrato la settimana scorsa grazie alle rivelazioni di un pentito. Anche il clan Licciardi di Secondigliano aveva investito nel mercato immobiliare. Nel 2008 la Squadra mobile di Napoli sequestrò immobili in Basilicata.

Ancora camorra: a Venosa il clan Terracciano di Napoli, secondo il capo della Procura antimafia di Firenze Giuseppe Quattrocchi che ha coordinato lo scorso anno un’operazione antiriciclaggio tra Toscana, Lazio e Basilicata, aveva acquistato sette terreni. Lo scopo? Pare volesse tirare su un maneggio per cavalli. Dalla provincia di Caserta invece avevano investito nel carburante. Nel 2007 la Guardia di finanza di Napoli ha sequestrato anche in Basilicata alcuni distributori di carburante riconducibili, secondo l’accusa, a un imprenditore in odor di camorra.

I sigilli della Dia di Padova, nel 2002, chiudono invece un hotel a Venosa. In quell’attività, secondo la Procura antimafia di Venezia, erano stati «lavati» i proventi della droga di un cartello pugliese: i Mangione-Matera. Venosa, inoltre, secondo l’accusa, era uno snodo importante per l’asse che si era creato tra i clan pugliesi, la mala del Brenta e la mafia albanese.

Anche la ’ndrangheta - mafia alla quale risultano, secondo gli investigatori, legate le cosche lucane - negli ultimi dieci anni ha investito in Basilicata. Il 3 settembre del 2011 200 finanzieri del Gico coordinati dalla Procura antimafia di Roma sequestrano 40milioni di euro al clan Muto. Un insospettabile investiva per conto dei calabresi tra Roma, la Toscana e la Basilicata. Sotto sequestro undici fabbricati, 12 terreni, quote di partecipazione in società, auto di lusso, due aziende, un aliscafo e un’imbarcazione. Tra questi, alcuni beni sequestrati in Basilicata. Nel 2008 vengono sequestrati i beni di una società che si occupava di logistica nell’area industriale di San Nicola di Melfi. L’inchiesta ipotizzava collegamenti in Sicilia. Titoli e aziende vengono sequestrati nel 2002 a Potenza a un consulente finanziario campano. L’accusa: usura. Nel 2011 a finire nel mirino è un’impresa edile di Potenza. La polizia di Stato sequestra automezzi, conti correnti e quote sociali del valore di 3milioni di euro.

Appena un anno prima, sempre per usura, la polizia di Stato ha sequestrato tra Palazzo San Gervasio e Genzano di Lucania beni per due milioni di euro.

Una villa e un terreno di tre ettari, invece, sono stati tolti alla mala nel 2010 a Scanzano Jonico. Un’azienda che produceva prodotti ittici è stata sequestrata nel 2012 in Basilicata. Secondo l’accusa era una delle filiali aperte da un imprenditore vicino al clan mafioso Strisciuglio di Bari.

Altri servizi sull'edizione della Gazzetta in edicola o scaricabile qui
Privacy Policy Cookie Policy