«È un fatto gravissimo - ha commentato l’attore lucano Ulderico Pesce appena è stato informato della profanazione -. È un atto ancor più grave se si tiene conto del fatto che avviene nel momento in cui la comunità di Savoia di Lucania si sta organizzando per indire il referendum sul cambio del nome, da Savoia di Lucania a Salvia». I resti di Giovanni Passannante furono trasferiti dal Museo criminologico di Roma al cimitero del suo paese natale il 10 maggio del 2007, ma da allora non si era mai verificato alcun episodio di violenza contro la sepoltura fortemente sostenuta dall’attore lucano Pesce che con un suo lavoro teatrale ha riportato all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale la triste vicenda del cuoco lucano, che è stata poi portata anche sul grande schermo. E per protestare contro gli autori della profanazione della tomba di Passannante oggi, alle 17 nel Convento di Sant’Antonio a Rivello sarà proiettato proprio il film sull’anarchico cui seguirà un dibattito pubblico che sarà l’occasione per presentare le ragione del comitato «Pro Salvia» impegnato a chiedere il ritorno al nome originario del paese, da Savoia di Lucania a Salvia. Un cambio evidentemente non gradito a qualcuno.
Salvia diventò Savoia di Lucania per farsi perdonare, dai reali, l’oltraggio di aver dato i natali al regicida mancato. Non poterono cercare scampo in un cambio di nome invece la madre e i fratelli dell’ana rchico che vennero rinchiusi nel manicomio di Aversa. Lo «sguattero infame» (come lo definì la stampa dell’epoca) fu condannato a morte e poi all’ergastolo da scontare in un buco di cella scura a Portoferraio, sotto il livello del mare, con una catena di 18 chili al piede, consumato da scorbuto e salsedine, costretto a cibarsi dei propri escrementi. Lui, alto un metro e 60, rinchiuso in una cella di due metri per uno, alta uno e 50. Se ne sta per oltre dieci anni al buio. Non può incontrare esseri umani. Diventerà cieco. Solo la tenacia di un deputato socialista, Agostino Bertani, lo farà trasferire nel manicomio criminale di Montelupo Fiorentino, dove morirà a 61 anni il 14 febbraio del 1910. Raggela la crudeltà della condanna inflitta al «mostro» venuto dal Sud, al «parricida » costretto a vivere (sopravvivere) dieci anni in quelle inumane condizioni denunciate dall’on. Agostino Bertani e dalla giornalista Anna Maria Mozzoni.
















