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23 Novembre 1980 L'apocalisse. Poi nulla fu come prima

di MIMMO SAMMARTINO
POTENZA - Le case che si erano piegate su stesse, le crepe nei muri, i palazzi sventrati, tagliati di netto come se fossero stati attraversati dalla lama di un coltello. E, sotto quelle pietre, i morti, i sepolti vivi, le cose di ogni giorno, i ricordi, i giocattoli dei bambini, le fotografie sbiadite. Sotto quei detriti c’era chi aveva lasciato tutto. Il grande terremoto ingoiò gran parte del Sud. Nulla fu più lo stesso dopo quel 23 novembre 1980
TESTO: Il 24 novembre sulla Gazzetta
TESTO: La prima pagina del 25 novembre
• STORIA 1: Speranza nata nella notte più buia
• STORIA 2: I bambini morti o rinati nel crollo della chiesa di Balvano
• STORIA 3: «Io seguita dalla morte e salvata da mani generose»
23 Novembre 1980 L'apocalisse. Poi nulla fu come prima
di MIMMO SAMMARTINO 

La polvere densa che stagnava nell’aria, le crepe nei muri, le macerie, le pietre. I pallori nei volti e gli occhi di spavento. La gente in fuga dalle case in cerca di scampo. Di una coperta per ripararsi dal freddo. Di un posto per dormire. Magari stretti in un’automobile. Magari come profughi in un ricovero di campagna di un amico. Sotto un riparo, anche precario, purché passato indenne dai sussulti feroci della terra. Una rovina del genere nessuno poteva ricordarsela. Forse soltanto i vecchi. Ma non per un terremoto. 

Una ferita del genere rimandava ai giorni dei bombardamenti. Quelli che, alle due della notte, e poi di nuovo intorno alle dieci del mattino, il 9 settembre del 1943 avevano ridotto in poltiglia un pezzo della città di Potenza. Quando rione Santa Maria venne travolta dalla furia delle bombe il giorno dopo in cui la gente aveva festeggiato la fine della guerra. Quando il direttore Concetto Valente fu visto aggirarsi sotto le travi pericolanti del «suo» museo, ridotto in poltiglia, come un fantasma. Ma alle 19.34 del 23 novembre 1980 non c’era stata la guerra. Eppure il mondo era cambiato lo stesso. Era cambiato in novanta secondi nelle città e nei paesi della Basilicata come se fossero trascorsi secoli. 

terremoto Irpinia Basilicata 1980Le case che si erano piegate su stesse, le crepe nei muri, i palazzi sventrati, tagliati di netto come se fossero stati attraversati dalla lama di un coltello. E, sotto quelle pietre, i morti, i sepolti vivi, le cose di ogni giorno, i ricordi, i giocattoli dei bambini, le fotografie sbiadite. Sotto quei detriti c’era chi aveva lasciato tutto. 
Alle 19.34 a Balvano il parroco don Salvatore Pagliuca stava ancora celebrando la messa della domenica sera. Una domenica che era stata troppo calda per mostrarsi coerente con la stagione. E c’era chi, dopo il disastro, ha giurato di aver avvertito un inspiegabile calore salire dalle crepe della terra. Nella chiesa madre di Balvano c’era un coro di bambini che accompagnava le parole del celebrante e le preghiere dei fedeli. Avevano voci di angeli quei bambini che interruppero di colpo il loro canto quando, prima di riuscire a capire, videro cedere improvvisamente il frontone, i pezzi di controsoffittature, le navate. Udirono quel boato che somigliava a un ruggito spaventoso e che, dopo che l’hai sentito una volta, ti resta impresso nell’anima per sempre. 

C’erano intere famiglie in quella chiesa e il parroco che, per un qualche miracolo uscì illeso dall’inferno, gridò il suo strazio all’Italia. Raccontò, fra i singhiozzi, il disastro al telefono della redazione giornalistica della Rai di Basilicata. Il caporedattore dell’epoca, Mario Trufelli, a poche ore dalla tragedia, si recò fra le macerie di Balvano per raccontare com’era fatta la fine del mondo. Nel posto in cui c’era stata la chiesa, vagava il padre della piccola Rosetta che cercava la bambina fra pietre e calcinacci. Almeno il corpo. Per poter cancellare ogni residua speranza di miracolo. Per poter avere la certezza che sua figlia non stesse soffrendo ancora sotto quei crolli. 

terremoto Irpinia Basilicata 1980Così, in versi intensi, Trufelli raccontò quel dolore: «Rosetta ha la faccia di cera / la bambina senza gloria / minuscola memoria / nell’inferno di Balvano...». 

Sotto quelle pietre c’era Antonella Di Lilla che allora aveva soli 11 anni e, insieme a sua sorella Enza, di due anni più grande, cantava nel coro della chiesa. Si trovava poco distante dall’altare quando i muri tremarono. Quando vide le pietre cedere, sgretolarsi, sfarinarsi, precipitare addosso. Poi per lei tutto si fece nero. Antonella perse i sensi. Al suo risveglio si ritrovò sepolta viva: udiva tutt’intorno un gran trambusto ma, quando provò a rialzarsi per scrollarsi la polvere di dosso, per andare a respirare aria pulita, si accorse di essere intrappolata sotto i calcinacci. Accanto a lei c’erano altri bambini sepolti. Ma alcuni avevano già gli occhi spenti. Sua sorella Enza era fra loro. Poi sentì voci farsi più vicine. Si accorse di mani che spostavano le pietre e i detriti. Qualcuno la raccolse e la riportò nel mondo dei vivi. Ma quel viaggio nella morte, anche oggi che ha 41 anni e una famiglia, non ha potuto più dimenticarlo. Qualcosa è rimasto sempre lì, accanto a sua sorella Enza e ai sessantasei bambini che, sotto le pietre cadute della chiesa di Balvano, quella notte si fecero angeli. 

Nulla fu più lo stesso dopo quel 23 novembre 1980. Anche per il Paese che, dopo qualche giorno di incredulità, si strinse attorno ai dolori e ai lutti. Cambiò anche la politica. Il presidente Sandro Pertini processò il governo in diretta tv accusandolo per i ritardi nei soccorsi. Enrico Berlinguer (Pci) abbandonò definitivamente la linea del compromesso storico per passare all’alternativa. Si cominciò a fare qualche conto e ne venne fuori un bilancio di guerra: fra le macerie della Basilicata e dell’Irpinia erano morte 2.735 persone, c’erano stati 8.848 feriti, oltre trecentomila avevano perduto un tetto. Intere famiglie avevano visto il terremoto prendersi, in novanta secondi, tutto quello che avevano costruito. Dopo quel sussulto, erano rimasti uomini e donne senza più nulla. Allora l’Italia intera sentì il dovere dell’abbraccio fraterno. La protezione civile, prima di essere pensata come istituzione organizzata (fu con l’allora commissario straordinario Giuseppe Zamberletti che mosse i suoi primi passi) si nutrì dello slancio di una solidarietà umana che unì uomini del Nord e uomini del Sud. Senza differenza. Era il dolore che li aveva fatti sentire vicini. Cominciarono così i giorni interminabili del freddo nell’inverno del 1980 e ‘81. Giorni che il popolo senza casa trascorse prima nelle tende, poi dentro le scatole di latta dei container, infine nei prefabbricati di legno. Una lenta sofferenza confortata dalla speranza di un riscatto. Di una rinascita. La promessa di una ricostruzione che avrebbe potuto e dovuto avvenire con celerità per far risorgere città, paesi, comunità. 

Dopo trent’anni e un finanziamento statale che, in Basilicata, ha raggiunto i due miliardi e 588 milioni di euro (per i nove paesi del «cratere», i 63 «gravemente danneggiati» e i 59 «danneggiati »), la media della ricostruzione edilizia ha toccato l’85 per cento del totale. Servirebbero altri 600 milioni, dicono, per finire. E, per la reindustrializzazione (che avrebbe dovuto assicurare nuovo sviluppo e lavoro), le cose sono andate anche peggio: su circa 900 aziende programmate, dopo fughe, fallimenti e crisi, ne sopravvivono una trentina. Dei 6mila posti di lavoro promessi, ne sono rimasti 1600. 

La notte del 23 novembre 1980 a Muro Lucano (Potenza), uno dei centri devastati dal sisma, nacque una bambina. Vollero chiamarla Speranza perché era la prima vita che arrivava dopo la devastazione. Oggi Speranza ha trent’anni e lavora come cameriera di sala, emigrata in Emilia Romagna.

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