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Val Basento - Sul piede di guerra 1200 lavoratori

Le industrie chimiche del Materano continuano a disimpegnare un numero sempre maggiore di impiegati. Da domani parte una serie di manifestazioni per scongiurare la chiusura degli stabilimenti. La "rivalità" con Puglia e Sardegna
POTENZA - Sono sul piede di guerra i 1200 lavoratori superstiti delle industrie chimiche della Val Basento, in provincia di Matera. Quasi 500 i posti di lavoro a rischio di smobilitazione, per un polo industriale che mai, da quando è nato negli anni Sessanta, ha visto così poche maestranze. La metà di loro è già in cassa integrazione. L'attività è stata sospesa ormai da settembre. E per gli altri 250 è previsto un destino analogo. In perfetta armonia con il trend degli ultimi tempi. In quattro anni sono stati mandati a casa 850 dipendenti. Quelli che un posto di lavoro ancora ce l'hanno, da domani saranno in piazza. E, se sarà necessario, raggiungeranno anche Roma, per chiedere al ministero delle Attività produttive lo stanziamento di un finanziamento promesso ma che tarda ad arrivare.
È già da tanto, ormai, che i "numeri" della Val Basento subiscono continue sforbiciate. Il record di presenze negli anni Ottanta. Allora erano 6500 le unità al lavoro, anche grazie al primo accordo di programma per il rilancio della zona. Dopo, è stata una discesa in picchiata. Due altri tentativi di replicare il contratto dell'87, nel '93 e nel '99, ma la tendenza alla smobilitazione non è stata fermata. Il motivo? Gli impianti industriali migrano laddove possono ricevere stanziamenti di fondi statali previsti per il settore. È una chiara regola economica. E le imprese ragionano sull'economia. La ragione per cui le zone nelle quali le industrie sono già insediate non vengano più rifinanziate, non è certo affar loro.
Ma potrebbe essere, per esempio, affare della Regione. O, ancor di più, della Presidenza del Consiglio, che ha già pronto - nel cassetto del tavolo del sottosegretario Gianni Letta - un preciso e dettagliatissimo piano di finanziamento di altri due poli chimici italiani. Simili in tutto e per tutto a quello lucano. Ed a quest'ultimo concorrenti. È un'altra regola di mercato. E le imprese vivono di queste regole. Si tratta di Ottana e di Brindisi. Due località già oggetto di una precedente tranche di fondi. Non è un caso che molte delle industrie localizzate proprio in Val Basento stiano pensando di approfittare dello stanziamento e tirare su filiali super moderne proprio in Puglia o in Sardegna.
La terza regola del mercato, si sa, è il grado di tecnologia e modernizzazione delle strutture. Impianti moderni costano meno e rendono di più. Se il costo per rendere moderno un impianto è pari a zero, perché è lo Stato a tirare fuori i soldi di tasca propria, allora per le imprese c'è una doppia convenienza. E loro lo sanno. È economia pura. E se altrove fare impianti nuovi costa niente o quasi, le imprese abbandoneranno le vecchie sedi per concentrare la produzione nelle nuove, è una certezza.
Per questo è stato costituito il Consorzio Nuova Valsud. L'intento dichiarato è quello di rilevare le industrie della zona e inserirle in un programma nuovo. Un programma da 281 operai. Da prendere tra quelli che sono stati «smobilitati» negli ultimi anni. La Regione è d'accordo. E ha già annunciato di volerci mettere del proprio.
Un annuncio che arrivò nelle forme ufficiali il 26 giugno di quest'anno. In un incontro che si tenne proprio alla Presidenza del Consiglio. Allora la Nuova Valsud illustrò il suo piano, per bocca del suo presidente Antonio Fiore. «Quattro industrie tra Pisticci e Salandra - disse Fiore - per un totale di 81 milioni di euro. Noi ci occuperemo della formazione, della consulenza e dei servizi. 281 impiegati in tutto, prima i lavoratori licenziati. Poi i nuovi».
Fiore snocciolò i primi numeri «Quattro grandi nomi della chimica italiana. Tecso s.r.l., di Belluno, per un investimento di 28 milioni e 230 mila euro ed un'occupazione a regime di 90 persone. La Laes Laminati estrusi termoplastici s.p.a., di Figliaro (Como), delocalizzarerà a Pisticci un investimento di 8 milioni per 26 occupati». E ancora, «La FG Sviluppo s.p.a. porterà a Pisticci un investimento da 20 milioni e 205 mila euro ed un'occupazione a regime di 80 persone. E per finire - concluse Fiore in quell'incontro al vertice - la Siliconature s.p.a., con sede a Godega Sant'Urbano (Treviso) per un investimento, a Salandra, di 23 milioni e 750 mila euro e un'occupazione di 80 persone». Grandi numeri per grandi intenzioni. Ma non un soldo.
La Regione ascoltò con attenzione e promise di integrare il finanziamento del Cipe con un 15% in più, che avrebbe messo di suo. Alla fine della giornata sorrisi compiaciuti e dichiarazioni entusiastiche. Si credeva, allora, di dover solo aspettare che il Comitato interministeriale di programmazione economica smaltisse la lunga coda di arretrati che si trascinava da tempo. Poi, quel finanziamento, sarebbe arrivato.
Non è stato così. Adesso sul tavolo del Comitato c'è la previsione di grandi stanziamenti per Ottana e Brindisi. E nulla per la Basilicata. Le aziende fanno i bagagli. E gli operai stanno per scendere in piazza. Ma dalla Presidenza del Consiglio non un cenno. E, forse, a quanto dice Luigi D'Amico segretario regionale della Femca- Cisl, anche i politici locali potrebbero fare di più.
«Ci sentiamo soli» lascia intendere in un'intervista: «non abbiamo alcun aiuto di tipo politico, nessuno che sostenga le ragioni dei lavoratori davanti agli interlocutori nazionali. Ormai siamo già al "day after", ed in pochi sembrano averlo capito. Il destino di quelle aziende è già scritto e firmato sul foglio che stanzierà i fondi per Brindisi e Ottana».
Insomma, se la Val Basento non riuscirà a prendere l'ultimo treno, rimarrà a piedi per sempre, sembra dire D'Amico. «Siamo davanti ad un ritardo nello stanziamento di fondi che è incompatibile con i tempi industriali. Non si può aspettare ancora. Andremmo incontro ad un tracollo annunciato». «Da domani - promette - sarà muro contro muro. È il momento di alzare la voce. E per farci sentire proporremo sit-in davanti alle sedi di Regione, Provincia e Prefettura. E se non basterà arriveremo al Ministero. Siamo pronti a venire a Roma. Allora dovranno ascoltarci per forza».

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