il punto della situazione
Crisi in Medio Oriente, il costo dell’energia preoccupa gli agricoltori lucani
Gli aumenti mettono a rischio le aziende già provate dai dazi, in particolare quelle del settore della frutta e delle fragole ora Igp
“Le imprese sono molto preoccupate prima perché in un giorno il dollaro si è rafforzato e costa il 3 per cento in più. Poi, perché bisogna considerare che il prezzo del petrolio è salito e questo impatta anche sull’energia. È evidente che lo scenario desta molti timori”. Massimo De Salvo, imprenditore dell’agroalimentare lucano e vice presidente nazionale di Confapi, non usa giri di parole nel raccontare l’atmosfera che si respira nel mondo delle imprese lucane di fronte alla guerra che ha colpito il Medio Oriente. Nel Metapontino, “cuore” delle produzioni agricole della Basilicata sta per iniziare il periodo di raccolta di frutta ed ortaggi ed il “peso degli scenari internazionali è maggiore”.
“È evidente che ci sarà un aumento dei prezzi per il consumatore perché è chiaro che l’aumento dei costi non potrà essere assorbito solo dai produttori. Naturalmente, bisogna capire come evolverà, perché se ci fermiamo ad un aumento dell’8 per cento il colpo potrà essere riassorbito, ma se dovessimo arrivare, come in passato, a 50 centesimi kilowatt ora come costo dell’energia non riusciamo a reggere” continua ancora l’esponente delle piccole e medie imprese che non nasconde la spirale che potrebbe innescarsi.
“Ci preoccupano anche le contrazioni di consumi perché quando ci sono le guerre in atto la contrazione di consumi c’è. Purtroppo succede. – aggiunge ancora – E questo per quanto riguarda le produzioni che restano in Italia. Invece, per coloro che esportano o importano ci sono i punti interrogativi legati alla logistica ed ai trasporti: in sostanza non sappiamo quando la merce arriva in Italia o viceversa quando riusciamo a consegnarla”. Di qui, l’auspicio perché “si trovi al più presto la soluzione” anche perché “tutto dipende da quanto dura: se facciamo come l’Ucraina è un disastro. Se continua, infatti, come fai a vendere i prodotti in Cina se non arrivano con la nave?”.
A lanciare l’allarme, però, sono anche i sindacati. “Il gas a 60 euro chilowatt ora nel settore dell’industria agroalimentare è un tema che crea timore, anche perché nell’industria alimentare importiamo il 90 per gas naturale ed il 95 per cento di petrolio necessario al fabbisogno” commenta Raffaele Apetino, segretario della Federazione degli agricoltori della Cisl. “L’energia elettrica e quella termica sono fondamentali per la trasformazione, per la pastorizzazione, per l’imbottigliamento, per le cantine. Ovviamente, l’effetto si estende anche sugli imballaggi, sul vetro, sulla plastica, sul cartone. È tutta la catena che va in difficoltà compresa la logistica ed i trasporti perché essendo il rialzo del 10 per cento tutto va al rialzo – sottolinea l’esponente sindacale – Naturalmente, l’aumento del costo dei carburanti e dei costi energetici alimenta l’inflazione ed erode il potere di acquisto delle famiglie. È uno scenario che se non viene fermato innesca un effetto domino sui consumi. Con un aumento dei prezzi avremo un impatto negativo sui consumi interni come vino e birra e sull’export perché il costo del trasporto incide in maniera concreta”. L’orizzonte, dunque, appare tutt’altro che limpido.
“La situazione è difficile anche perché noi sull’export dell’agroalimentare siamo anche alle prese con i dazi che già di per sé ha portato ad un calo dei consumi” conclude Apetino, richiamando l’effetto a catena che si potrebbe avere pure sul fronte dell’occupazione. Il che rafforza le preoccupazioni.