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Pistola a scuola Minacce alla prof

La pistola nello zaino per andare a scuola e fare il ras: minacciare i compagni, prendergli soldi e merende, minacciare i professori per provare ad evitare le spiacevoli conseguenze di un’interrogazione. Il clima di «bullismo» all’interno dell’Ipias di Potenza è evidente. Evidente perchè ieri si è avuta la notizia di due denunce fatte dalla Squadra Mobile a due ragazzi per lesioni, minacce e furto
Pistola a scuola Minacce alla prof
di Giovanni Rivelli

POTENZA - La pistola nello zaino per andare a scuola e fare il ras: minacciare i compagni, prendergli soldi e merende, minacciare i professori per provare ad evitare le spiacevoli conseguenze di un’interrogazione.

Il clima di «bullismo» all’interno dell’Ipias di Potenza è evidente. Evidente non solo perchè ieri si è avuta la notizia di due denunce fatte dalla Squadra Mobile di Potenza a due ragazzi per lesioni, minacce e furto e perchè, uno dei due, portava nello zaino una pistola. Ma perchè che qui i ragazzi siano «irrequieti» per usare un eufemismo, lo sanno tutti.

La scuola, in verità, può dirsi divisa in due: l’inferno e il paradiso. «Noi del chimico - spiega una prof nei corridoi - stiamo in paradiso. In classe ci sono per lo più ragazze, brave ragazze. Ma è giù al meccanico la situazione è diversa. Molto diversa». Inferno e paradiso, insomma. Quasi impersonificati dalla collocazione al piano superiore del Chimico e a quello terreno o seminterrato del meccanico. «Che lì ci siano stati episodi spiacevoli - spiega un professore - non è una novità, ma addirittura una pistola.... questo mi sorprende».

Eppure è proprio quello che è successo. Lo sa bene la preside, la prof. Silvana Gracco, che a dicembre si è vista piombare la polizia a scuola e che ieri, troppo impegnata tra riunioni, non ha avuto un istante per parlare della questione. Lo sanno bene altri due docenti che escono come furie per invitare gli altri a tacere e i cronisti ad andar via: «Sono cose delicate queste» dicono con fare concitato.

Cose delicate. Come quelle che hanno portato un ragazzo a lasciare la scuola. Lui era una vittima delle aggressione, delle violenze. «Cappottone», si dice in gergo tra i ragazzi, un cappotto in testa e poi giù botte. M in quanto accaduto a questo giovane c’era poco di goliardico, visto che è dovuto ricorrere al medico che ha emesso una prognosi di 5 giorni. E la violenza era la regola per ottenere ciò che si voleva: soldi, i pochi euro che un ragazzo di quell’età porta in classe, merende e cellulare, da usare per fare telefonate e mandare Sms e poi restituire al legittimo proprietario col credito esaurito.

Azioni che, a quanto accertato dagli uomini al comando del vicequestore Barbara Strappato, avvenivano grazie a un «clima di terrore». Un clima che non avrebbe risparmiato nemmeno i docenti. In particolare i due ragazzi in un caso si sarebbero accaniti anche contro una professoressa di lettere. La minaccia era pesante: se la linea dura e i brutti voti della docente fossero andati avanti, loro se la sarebbero presa col suo cagnolino, uccidendolo.

Questioni che sono arrivate alla polizia, prima ancora delle denunce, in via informale. In particolare ha destato allarme la minaccia fatta da uno dei due ragazzi ai compagni di classe impugnando la pistola.

Sono così scattate le indagini. La polizia ha perquisito le abitazioni dei due ragazzi e nello zaino di uno dei due ha trovato effettivamente l’arma, corredata da alcuni colpi a salve. Si tratta di una pistola di fabbricazione tedesca, con ogni probabilità risalente agli anni 40 (e quindi priva di matricola come erano all’epoca), con la canna regolarmente vuota. Una pistola che, all’apparenza, poteva sparare (sono in corso accertamenti dei periti) anche se il calibro molto piccolo (inferiore al 6.35) renderebbe difficile trovare proiettili adeguati. Ma tanto bastava a incutere paura. A fare quell’«inferno di meccanica» un po’ più inferno.

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