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Da Potenza a Roma processo contro Vittorio Emanuele

I giudici di Potenza hanno trasferito a Roma il processo a Vittorio Emanuele di Savoia, con una decisione che «spegne» i riflettori sul «Tribunale dei vip», accesi con l’arresto del principe, il 16 giugno 2006, che portò nel capoluogo lucano giornalisti da tutto il mondo fino al 23 giugno, quando all’erede di casa Savoia – che ora punta «alla completa innocenza» – furono concessi gli arresti domiciliari nella capitale
Da Potenza a Roma processo contro Vittorio Emanuele
POTENZA – I giudici di Potenza hanno trasferito a Roma il processo a Vittorio Emanuele di Savoia, con una decisione che «spegne» i riflettori sul «Tribunale dei vip», accesi con l’arresto del principe, il 16 giugno 2006, che portò nel capoluogo lucano giornalisti da tutto il mondo fino al 23 giugno, quando all’erede di casa Savoia – che ora punta «alla completa innocenza» – furono concessi gli arresti domiciliari nella capitale. 

Nel corso dell’udienza che si è svolta oggi, a Potenza, l'avvocato di Vittorio Emanuele, Francesco Murgia, ha sollevato la questione della competenza territoriale, nell’ambito del processo che vede coinvolti il principe e altre cinque persone, accusate di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione di funzionari dei Monopoli di Stato per ottenere i nullaosta per 400 videopoker. I giudici hanno accolto la richiesta al termine di una camera di consiglio durata poco più di un’ora. 

Ottanta minuti, più precisamente. Sufficienti per decidere di trasferire a Roma gli atti del processo, e per chiudere quella che fu la prima delle inchieste con le quali il pm Henry John Woodcock (ora in servizio a Napoli) accese «la luce dei riflettori mediatici» sulla Basilicata. Un’inchiesta cominciata il 16 giugno 2006 a Varenna (Lecco), dove alcuni agenti della Polizia arrestarono il principe su ordine del gip di Potenza, Alberto Iannuzzi, che aveva accolto una richiesta di Woodcock. Vittorio Emanuele entrò nel carcere del capoluogo lucano all’alba del giorno successivo, a bordo di una Punto grigia della Digos che aveva i finestrini «oscurati» da pagine di giornale (per evitare i fotografi), e ne uscì sette giorni dopo, su un fuoristrada (con i vetri scuri) che lo portò a Roma, agli arresti domiciliari (fino al 20 luglio). Le persone arrestate furono complessivamente 12, di cui sei in carcere e sei ai domiciliari, con accuse diverse (dalla concussione all’associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione). 

Nel corso delle indagini, buona parte degli atti è stata trasferita ad altre sedi, tra cui Como (dov'è stata disposta l’archiviazione). A Potenza è rimasta solo l’accusa di associazione per delinquere, con il rinvio a giudizio disposto dal gup di Potenza lo scorso 23 settembre, solo pochi giorni dopo il trasferimento a Napoli di Woodcock. Oggi anche questi atti vengono inviati a Roma, «sulla strada dell’accertamento della mia assoluta innocenza», ha detto Vittorio Emanuele di Savoia. Tutto era partito da una «banale» indagine su alcuni prefabbricati costruiti a Potenza per accogliere i senzatetto del terremoto del 1980. Una «pista» che, intercettazione dopo intercettazione, portò all’arresto del principe e al «Savoiagate», e poi a quello del re dei paparazzi, Fabrizio Corona, per «Vallettopoli». Il 20 gennaio il gup ha prosciolto Corona. E oggi i giudici, con l'incompetenza territoriale, hanno «chiuso» definitivamente «il Tribunale dei vip».

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