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Matera, un filo  nel suo labirinto

Un volume di Rosalba Demetrio, «Matera. Forma et imago urbis» indaga e legge la città come microcosmo urbano con le sue mura, le sue piazze, i suoi acquedotti, le sue abitazioni, i suoi luoghi di culto, i suoi edifici pubblici in un intreccio di funzioni, di interrelazioni, di interazioni anche con l’habitat circostante. Alla «più antica città del mondo» come, enfatizzando il loro senso di appartenenza, i materani sogliono connotare i fasti anagrafici della loro piccola patria la Demetrio restituisce il coscienza di città
Matera, un filo  nel suo labirinto
di COSIMO DAMIANO FONSECA 

Le chiavi di lettura dell’ordito urbano materano sono state nel tempo molteplici e variegate: paradigma del «ridotto sviluppo urbano nel Mezzogiorno medievale e moderno», emblema dell’alterità tra realtà grottale e costruito subdiale, simbolo del non essere una città secondo una vulgata di accreditata tradizione e conseguentemente incapacità degli strumenti usuali dell’indagine storica per seguirne le fasi dell’origine e dello sviluppo delle strutture insediative a fronte, invece, della prevalente analisi socio-antropologica più consona a rinvenire i sostrati arcaici delle scelte della vita in grotte. Il volume di Rosalba Demetrio, «Matera. Forma et imago urbis», non è tutto questo, anche se la complessa problematica relativa alla singolare città murgiana non è affatto estranea all’orizzonte culturale dell’autrice se si pensi ai suoi saggi degli anni Novanta del secolo decorso dai titoli significativi quali, riferendosi ai Sassi, Antropologia di un labirinto urbano e Parabola di città, o guardando complessivamente alla città nella duplice dimensione grottale e subdiale a quelli più recenti a cominciare dal volume miscellaneo laterziano dedicato a Matera nella collana «Le città nella storia d’Italia» diretta da Cesare De Seta o all’altro Matera. Forma e strutture, comparso a Torino nel 2001. 

Matera nel nostro caso viene indagata e letta come microcosmo urbano con le sue mura, le sue piazze, i suoi acquedotti, le sue abitazioni, i suoi luoghi di culto, i suoi edifici pubblici in un intreccio di funzioni, di interrelazioni, di interazioni anche con l’habitat circostante. Alla «più antica città del mondo» come, enfatizzando il loro senso di appartenenza, i materani sogliono connotare i fasti anagrafici della loro piccola patria, viene restituita dalla Demetrio una coscienza di città. Lo stesso titolo del volume Forma et imago urbis nella sua icasticità è rivelatore di complessi percorsi medotodologici e semantici: ci si riferisce infatti non solo a ciò che è costruito visibile, palpabile, cioè all’analisi fattuale del costruito, all’in - dividuazione dei suoi elementi compositivi, alle evidenze strutturali, ma anche alle sue percezioni, al suo proporsi nella memoria come immagine globale di processi saldamente radicati nella coscienza collettiva. Giova certamente a far emergere questa sommatoria di valori il ricco e pregevole corredo iconografico realizzato con raffinata arte tipografica dall’editore Giuseppe Barile, che non è solo un espediente di immediato impatto visivo, ma un intrigante percorso atto a coniugare i dati documentari con le seriazioni morfologiche del costruito di cui la planimetria storica elaborata con scrupolo rappresenta la sintesi e il punto di arrivo della ricerca. E, a proposito del supporto documentario, va evidenziato come per la prima volta nulla venga trascurato per il reperimento e per l’analisi delle fonti «scritte» peraltro vagliate puntigliosamente e riproposte con acribia filologica senza indebiti rigurgiti localistici. Ne scaturisce un quadro nel contempo semplice e complesso, che, attraverso la ricognizione del «modus» abitativo del vivere in grotte, quello primigenio e originario che fa guardare ai Sassi come a un bene culturale di interesse universale, risale alle fasi storiche della formazione della «città costruita» in un arco temporale che va dalle origini al secolo XV, indugiando in special modo sui primi quattro secoli dopo il Mille quando la facies urbanistica di Matera raggiunge il suo massimo grado di autorappresentazione e di proiezione. Quanto si sentisse per Matera il bisogno di un rinnovamento storiografico a fronte di una tradizione di studi datata negli anni Cinquanta del ‘900 eccessivamente indulgente alle interpretazioni socioetnoantropologiche del tessuto urbano della città condizionato peraltro monodirezionalmente dalla realtà dei Sassi, lo rileva da par suo Giuseppe Galasso nel saggio introduttivo al volume: un saggio che prende le mosse dal tema della città nel Mezzogiorno caro all’insigne meridionalista per mettere in adeguato rilievo «il procedere della Demetrio ossia il procedere di una studiosa attenta a tutta una pluralità di temi» e per concludere che «Matera certamente meritava un tale impegno di studio e i buoni risultati che se ne sono avuti per il periodo della fondazione e delle decisive fortune del suo status di città».

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