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Acque inquinate a Melfi, il Comune sapeva da 3 anni

di GIOVANNI RIVELLI 
Il Comune di Melfi sapeva già dal febbraio del 2005 che le acque di falda a valle dello stabilimento ex Zuccherificio del Rendina erano gravemente inquinate, ma il provvedimento che ne ha vietato l’utilizzo perché pericolose è arrivato solamente tre anni dopo, a febbraio 2008
Acque inquinate a Melfi, il Comune sapeva da 3 anni
POTENZA - Il Comune di Melfi sapeva già dal febbraio del 2005 che le acque di falda a valle dello stabilimento ex Zuccherificio del Rendina erano gravemente inquinate, ma il provvedimento che ne ha vietato l’utilizzo perché pericolose è arrivato solamente tre anni dopo, a febbraio 2008. In questo lungo periodo le acque hanno continuato ad essere utilizzate per quegli usi la cui pericolosità ne ha portato poi al divieto, ma da cittadini inconsapevoli che per quegli eccessi di floruri, solfati e piombo potrebbero avere effetti di quell’inquinamento prima taciuto e poi gridato come un incubo per le popolazioni. 

È lo scenario sconcertante che emerge dai carteggi intercorsi tra l’Arpab, il Comune di Melfi, la Provincia di Potenza e la Regione Basilicata sulla vicenda. Uno scambio di missive andato avanti per tre anni prima che il sindaco di Melfi, Ernesto Alfonso Navazio, si decidesse ad emettere, in data 12 febbraio 2008, l’ordinanza di «divieto di utilizzo delle acque a valle dell’ex zuccherificio se non preventivamente caratterizzate». 

Eppure l’Arpab, che quelle acque le teneva sotto controllo costantemente, il problema lo aveva segnalato già a febbraio del 2005, quando si ebbe la prima notizia del superamento dei valori limite per floruri, solfati e piombo. Una comunicazione regolarmente inviata al Comune di Melfi dall’Arpab che, l’11 marzo dello stesso anno, scrive a Comune, Provincia e Regione anche per chiedere gli interventi di messa in sicurezza (quelli che vanno sotto la sigla Mise) delle acque sotterranee. Ma non si muove nulla. 

L’Arpab torna a insistere e, ad agosto dello stesso anno, trasmette anche le controanalisi relative ai campioni di dicembre 2004, quando, in un quadro non eccessivamente allarmante, buona parte dei valori erano sotto controllo e si registravano lievi sforamenti nei valori di Cromo (56 microgrammi su un limite di 50) e solfati (257 a fronte di un limite di 250). Ancora nulla di fatto e a dicembre dello stesso anno al Comune di Melfi viene inviato un nuovo sollecito dell’Arpab per adottare gli interventi di messa in sicurezza. Il comune ancora non si mobilita. 

La questione viene presa in considerazione solo il 7 novembre del 2006. In un verbale vengono citate le richieste di adozione di interventi di messa in sicurezza avanzate dall’Arpab, ma non si giunge a nessuna decisione e si conclude per il rinvio. Intanto i valori degli inquinanti continuano a rimanere su livelli preoccupante, in qualche caso, si aggravano. A marzo 2006, ad esempio, il valore massimo di piombo emerso dai prelievi è di 49,5 microgrammi per litro (il limite consentito è di 10) ma a maggio del 2007 si riscontrava il valore ben più alto di 130 microgrammi per litro. Lo stesso per i solfati. A marzo 2006 il valore massimo era di 611 microgrammi (la legge pone il limite a 250) a maggio 2007 si era saliti a 1220. E nello stesso periodo anche i livelli dei floruri raggiungevano il livello record di 4.100 a fronte del limite di 1.500. La questione inizia a sbloccarsi a gennaio 2008. Il giorno 16 una conferenza di servizi invita il comune a emettere un’ordinanza di divieto di utilizzo e il sindaco la emette il 12 febbraio. Tre anni dopo il primo allarme. Tre anni in cui qualcuno può aver utilizzato quelle acque.
di GIOVANNI RIVELLI

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