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Diga del Rendina spreco d'acqua e soldi pubblici

di FRANCESCO RUSSO
Da almeno quattro anni è senza una goccia d'acqua. Completamente a secco. Un triste simulacro di quello che fu un tempo. La diga del Rendina, grande invaso a pochi chilometri dal Lavello è ormai soltanto un ricordo. Come è un ricordo, l'immenso specchio di acqua che si scorgeva guardando da lontano la struttura. Ma cosa è successo alla diga del Rendina? Qualche domanda se la sta facendo anche la magistratura
Diga del Rendina spreco d'acqua e soldi pubblici
LAVELLO - Da almeno quattro anni è senza una goccia d'acqua. Completamente a secco. Un triste simulacro di quello che fu un tempo. La diga del Rendina, grande invaso a pochi chilometri dal Lavello è ormai soltanto un ricordo. Come è un ricordo, l'immenso specchio di acqua che si scorgeva guardando da lontano la struttura. Ma cosa è successo alla diga del Rendina? Se lo domandano un po' tutti, nell'area Nord della Basilicata: agricoltori, semplici cittadini, ambientalisti. Tutto è nato da un primo intervento di ripristino ad uno sbarramento, iniziato alla fine degli anni '90. A lavori ultimati si aprì una seconda falla lungo le mura. E da allora, il servizio nazionale diga non ha più autorizzato l'invaso della diga. 

Qualche domanda, in realtà, se la sta facendo anche la magistratura, che pare abbia aperto un'inchiesta per far luce sulla vicenda. Di mezzo, infatti, ci sono soldi pubblici. Soldi spesi per un progetto di miglioramento della struttura: 50 miliardi delle vecchie lire. Parliamo di lire, perché l'intervento risale alla seconda metà degli anni '90 del secolo scorso. Ma esiste anche un secondo finanziamento, che lo scorso anno, l'allora consigliere Nicola Acucella aveva ricordato all'amministrazione provinciale, chiedendo alla giunta «di esperire ogni azione tesa ad accertare le motivazioni che ad oggi non hanno consentito l'invasamento della diga, nonostante i notevoli flussi economici degli anni scorsi e alla luce del nuovo finanziamento che prevede l'appalto di lavori per oltre 6 milioni di euro». 

Partiamo dal primo finanziamento. Tra il 1994 ed il 1995 la diga rimase a secco. A causa di una lesione lungo un muro, si rese necessario appaltare appositi lavori, che iniziarono nel 1999. L'intervento venne finanziato nell'ambito del Quadro comunitario di sostegno. Una parte dei finanziamenti venne utilizzata per riparare il muro di protezione. Si parla di 30 miliardi delle vecchie lire. I restanti fondi erano stati destinati invece alle operazioni di sfangamento. Nel 2002 i lavori furono terminati e la diga rimessa a nuovo venne inaugurata in pompa magna. 

«Questi lavori sono uno straordinario esempio di efficienza, un caso davvero esemplare che dimostra che c'è un Sud che funziona e che sa camminare con le proprie gambe», sottolineava durante la cerimonia l'allora presidente della Regione Basilicata, Filippo Bubbico, soddisfatto che i lavori fossero terminati in «soli 37 mesi». Ma la soddisfazione durò poco. Non trascorse nemmeno un anno e già emersero i nuovi problemi. Nella struttura si formarono altre crepe. E la diga, importantissima per il fabbisogno ad uso irriguo di un'intera area fu pian piano prosciugata. Vennero allora chiamati in causa progettisti, direttori dei lavori, collaudatori d'opera, esperti del settore per chiarire la natura dei problemi tecnici e per trovare una soluzione. 

Questa nuova situazione rese necessari ulteriori lavori ed un progetto esecutivo del Consorzio di bonifica Vulture Alto Bradano - ente gestore - del valore di 6 milioni di euro circa. Progetto, che è stato rimodulato nel corso degli anni «e che prevede - spiegavano dal consorzio nell'annunciare l'iniziativa - lavori di asportazione di un milione di metri cubi di detriti dalla diga, per aumentare il volume di accumulo e per riempirla fino a una certa quota, affinché torni ad essere utilizzata almeno in parte come fonte di irrigazione». Ma la diga, a tutt'oggi, è ancora vuota.
di FRANCESCO RUSSO

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