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Consulenze «facili» Di Mauro condannato a 45mila € di danni

di GIOVANNI RIVELLI 
Quelle consulenze erano inutili, ora dovrà risarcirne il costo alla Regione. Una condanna «dura» quella inflitta dalla Corte dei Conti della Basilicata al direttore generale dell’Arbea, Gabriele Di Mauro, visto che anche se i giudici gli hanno fatto un notevole sconto (la Procura chiedeva una condanna a pagare 174mila euro) dovrà comunque versare alla Regione Basilicata qualcosa come 45mila euro
Consulenze «facili» Di Mauro condannato a 45mila € di danni
POTENZA - Quelle consulenze erano inutili, ora dovrà risarcirne il costo alla Regione. Una condanna «dura » quella inflitta dalla Corte dei Conti della Basilicata al direttore generale dell’Arbea, Gabriele Di Mauro, visto che anche se i giudici gli hanno fatto un notevole sconto (la Procura chiedeva una condanna a pagare 174mila euro) dovrà comunque versare alla Regione Basilicata qualcosa come 45mila euro. 

La somma, per la precisione 44mila e 740 euro, fa riferimento a due distinti rapporti di convenzione e a due distinte «violazioni» del giusto modo di amministrare che Di Mauro avrebbe posto in essere stipulando le due convenzioni. I rapporti di lavoro contestati, sono quelli col rag. Luigi Macciocca (a partire dal 28 settembre del 2001 e fino a tutto il 2007) e e quello con Gianfranco Bruno, partito a novembre del 2002 e terminato il 2006. 

Il periodo di partenza di entrambe le consulenze era quello dell’avvio del’Agenzia Regionale di Basilicata per le Erogazioni in Agricoltura, di cui Di Mauro è stato nel tempo direttore generale e amministratore. E se i primi rapporti consulenziali sarebbero stati giustificati, tanto per il manager Arbea, quanto per i giudici e perfino per l’accusa rappresentata dal Pm contabile Michele Oricchio, nel tempo, pur essendo diventati inutili in un caso, e troppo onerosi, nell’altro, sono stati comunque riconfermati. E sulla valutazione della misura dell’«inutilità» della prestazione, il manager pubblico è riuscito ad ottenere lo «sconto» della corte, presieduta da Adriano Festa Ferrante, e composta da Vincenzo Pergola e Giuseppe Tagliamonte, rispetto alla richiesta della Procura. 

Entrambi i rapporti consulenziali, infatti, vennero attivati per far fronte a esigenze straordinarie. Ma, per quanto riguarda Macciocca, il Pm riteneva che «una volta superata la fase “critica” del primo avviamento della piena funzionalità della struttura – circoscritta al biennio 2002-2004 – non fosse più giustificabile il mantenimento in vita di siffatta forma collaborativa “eccezionale”, a meno di non voler perseguire l’intento, come in effetti contestato in citazione, di dissimulare, attraverso un rapporto consulenziale, al creazione di un vero e proprio rapporto di lavoro dipendente». 

Il Pm Oricchio evidenziava come l’«inutilità» della prestazione sarebbe stata testimoniata dalla stabilizzazione in organico di un altro dipendente, avvenuta il 4 luglio 2007, «con qualifica di “istruttore ” riconducibile alla categoria “c”, e tanto in base all’appre zzamento positivo dell’attività da questi svolta presso l’Agenzia nel corso del biennio 2004/2006, quando di fatto si era trovato ad esercitare le medesime mansioni che costituivano oggetto del rapporto di convenzionamento con il rag. Macciocca». 

Mentre, invece, la convenzione era stata rinnovata, anche in presenza di un decreto legge intervenuto nel 2004 che restringeva la possibilità di ricorso alle convenzioni con quella che l’accusa ha definito «una strategia operativa ed amministrativa avventata e superficiale, in quanto completamente affrancata da ogni pur minimo rispetto dei canoni della buona ed oculata gestione delle risorse pubbliche». Per questo le retribuzioni di quel periodo di «sovrapposizione» ossia 149.811 euro, per l’accusa andavano poste a carico dello stesso Di Mauro. 

Motivazioni che il collegio ha condiviso, ma solo in parte, arrivando alla determinazione di un danno erariale, in relazione alla consulenza dell’ing. Macciocca, di 32.500 euro. E la condanna è avvenuta per la «duplicazione di compiti» che si sarebbe verificata tra il consulente e un dirigente nominato nel 2005 per alcuni dei compiti che risultavano attribuiti, in convenzione, a Macciocca. «Emerge, infatti - osserva la corte - una duplicazione di compiti tra il Dirigente dott. Pennacchio (Economato e Provveditorato) ed il rag. Macciocca (Economato e Provveditorato) almeno per il 2006 e 2007» e pertanto l’incarico di consulenza presenta «evidenti ed incontrovertibili tratti di inutilità » e non appare «coerente con l’impianto motivazionale che ha sorretto, sia pure in modo ripetitivo e quasi “acritico”, le proroghe disposte fino al 2005». 

Così l’attribuzione per convenzione di una «materia già “sistemata” ed organizzata in altro specifico Ufficio del quale non è mai stata messa in discussione la piena funzionalità ed operatività, ed al vertice direzionale del quale era prevista la figura di un Dirigente “ad hoc” costituisca una chiara ipotesi di prestazione “inutiliter data”, a favore della quale i corrispettivi pure erogati si traducono in danno erariale certo ed attuale ». 

Danno che la corte quantifica nella metà delle retribuzioni erogate per gli anni 2006 e 2007 (e quindi 32.500 euro toali) rilevando che «il dott. Di Mauro, nell’intento di privilegiare ad ogni costo la perpetuazione dell’incarico consulenziale, ha di fatto istituito, attraverso la stipulazione di una sorta di convenzione “omnibus”, un rapporto collaborativo “a tutto campo”, il cui oggetto, anche se non indefinito, si è rivelato incongruo, contraddittorio e platealmente incoerente». 

Diversa la vicenda che riguarda l’ing. Bruno che, nel 2002, ricevette un incarico biennale per curare gli adempimenti in materia di protezione dei dati personali e nel 2005 ebbe un rinnovo in relazione alle previsioni del «Codice in materia di protezione dei dati personali». La Procura ha rilevato «la contemporanea presenza, nell’organico dell’Arbea, di una “struttura speciale del sistema informatico”, chiamata tra l’altro, a curare l’affidabilità ed il rispetto della normativa sulla privacy, e presso la quale risultava prestare la propria attività l’ing. Paolo De Nictolis, ritenuto da parte attrice in grado di assicurare quei medesimi adempimenti oggetto di conferimento dell’incarico consulenziale all’ing. Bruno almeno a partire dalla data di rinnovo del medesimo» chiedendo che a pagare il conto di quell’anno in più (24.800 euro) fosse Di Mauro. 

Ma la motivazione che ha portato la Corte a condannare Di Mauro per un importo pari alla metà del contratto stesso (e cioè 14.200 euro) è un’altra. «si tratta di due incarichi aventi oggetto, durata e motivazioni diverse, pur essendo stati conferiti a brevissima distanza di tempo l’uno dall’altro» precisa la Corte , ma «essendo stata sottoposta al Collegio la questione della asserita dannosità di tale secondo incarico, e ciò indipendentemente dalla chiave di lettura che voglia darsi dello stesso in termini di continuità/discontinuità con il precedente, occorre prendere atto che la determinazione del corrispettivo riconosciuto all’ing. Bruno a titolo di compenso per l’attività consulenziale da questi espletata non risulta proporzionata alla effettiva utilità conseguita dall’Amministrazione». 

Per il terzo anno di lavoro, infatti, venne riconosciuta una cifra pari a quella riconosciuta per i primi due e «la mancata attivazione di ogni indagine di mercato, utile per creare una sorta di “ideale confronto” tra qualità e quantità di prestazioni professionali richieste e congruità dei corrispettivi ad esse correlati, non consenta assolutamente di pervenire ad alcun credibile giudizio di congruità del compenso pattuito», mentre «l’unico parametro valido per valutare la congruità del corrispettivo concordato, resta così quello ricavabile dal precedente incarico, peraltro molto più motivato e dettagliato del successivo, nel quale i riferimenti al compenso appaiono atteggiarsi a mere clausole di stile». 

La somma richiesta, dunque, è la risultante della prima (32.500) e la seconda condanna (12.240). Una condanna contro cui la difesa di Di Mauro, rappresentata dagli avvocati Domenico Tommasetti e Gaetano Maria Porretti, già annuncia ricorso al Consiglio di Stato.
GIOVANNI RIVELLI

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