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Impresa a Tito Scalo Intrigo cinese in salsa lucana

Accade che lavoratori lucani chiedano di essere collocati in mobilità. Il «male minore» per i 14 dipendenti della Sinoro (oggi Bejing Diamend Jewellery Manufacture Co Ltd) di Tito scalo, azienda orafa cinese, che non ha mai prodotto un solo spillo d’oro. Da otto mesi gli operai non ricevono lo stipendio e si dicono ostaggi di una storia da «scatole cinesi». Prima Orop, poi Cripo, poi ancora Sinoro. E infine Beijin Diamend. Ma il risultato non cambia: l’azienda, che ha preso circa 13 milioni di contributi pubblici (legge 219/81), non è mai entrata in produzione
• Venti anni di «pasticci», misteri e soldi pubblici. «Il sito è protetto dall’ambasciata di Pechino»
Impresa a Tito Scalo Intrigo cinese in salsa lucana
di MASSIMO BRANCATI

Invocano il licenziamento. Sì, è un paradosso nella Basilicata delle aziende che chiudono, delle proteste, degli operai che salgono sul tetto: accade anche che lavoratori lucani chiedano di essere collocati in mobilità. Il «male minore» per i 14 dipendenti della Sinoro (oggi Bejing Diamend Jewellery Manufacture Co Ltd) di Tito scalo, azienda orafa cinese, che non ha mai prodotto un solo spillo d’o ro. Da otto mesi gli operai non ricevono lo stipendio e in fabbrica si dedicano al bricolage o a guardare i muri quando il «capo» di turno non tenta di utilizzarli per spazzare i locali. Si dicono ostaggi di una storia da «scatole cinesi». Prima Orop, poi Cripo, poi ancora Sinoro. E infine Beijin Diamend. Ma il risultato non cambia: l’azienda, che ha preso circa 13 milioni di contributi pubblici (legge 219/81), non è mai entrata in produzione. Tutto fermo. 

Un dubbio ci assale: se fosse stata un’impresa italiana sarebbe stata lasciata in pace o «divorata » da fisco e risarcimenti danni? I cinesi sembrano intoccabili. Neppure la richiesta di revoca dei finanziamenti, formulata dalla Regione Basilicata e dal Ministero per lo sviluppo economico, è andata a buon fine visto che gli imprenditori cinesi non hanno restituito un solo euro dei 13 milioni incassati.
I 14 lavoratori superstiti (altrettanti sono in mobilità che scade a febbraio prossimo) parlano di un intrigo internazionale sul filo Italia-Cina: «Lo Stato - dicono alcuni dipendenti che preferiscono mantenere l’anonimato per paura di ritorsioni - non fa nulla perché è ricattato dai cinesi. Ci sono affari ben più grandi rispetto ai 13 milioni che l’azienda dovrebbe restituire». 

industriali cinesi in BasilicataInsomma, una questione di interessi di natura industriale - che toccano anche esportazioni e investimenti «bilaterali» - dietro all’«immobilismo» sul caso ex Sinoro? Un fatto è certo: in Cina circolano gioielli con il marchio Orop (il «nonno» di Beijing Diamend) e la dicitura «made in Italy», fattore che, nell’Oriente innamorato della moda tricolore, alza il prezzo. 
E qui entrerebbe in gioco la fabbrica di Tito: è ferma, improduttiva, ma ai cinesi serve per giustificare l’«italianità» della sua offerta. 

Qualcuno parla di sconfinamenti nell’ambito Fiat, con la casa automobilsitica torinese - decisa a puntare al mercato cinese - che troverebbe porte chiuse qualora i rapporti tra i due Paesi s’incrinassero. Sospetti alimentati da episodi, circostanze, particolari. Come la mancata visita di un ufficiale giudiziario che in presenza di fallimento, in genere, è il primo a farsi vivo. 

O come l’indiscrezione di un notificatore di cartelle esattoriali che avrebbe visto all’interno della fabbrica alcuni operai cinesi intenti a manovrare macchinari (per produrre chissà cosa) mentre i dipendenti «ufficiali» restavano con le mani in mano. In mezzo a questo mare magnum di acque torbide navigano i dipendenti che, nel frattempo, da 26 sono scesi a 14: a febbraio del 2008 l’azienda ha licenziato tutti i lavoratori per poi riassumerne 14, annunciando che dall’1 marzo avrebbe ripreso a produrre. Sono state quelle le ultime parole dell’amministratore della società cinese (dal nome scioglilingua), Wang Zhong Hui. 

Naturalmente la promessa non è stata mantenuta. Tasselli di un mosaico che ha i connotati di una truffa. Ma c’è un altro particolare che alimenta il sospetto di u n’operazione finalizzata esclusivamente a incamerare fondi pubblici: per quale motivo qualcuno, dalla lontana Cina, ha deciso di venire a insediare un’industria orafa a Tito scalo, in Basilicata, dove non c’è un’industria dei metalli preziosi, manca la filiera e mancano le professionalità necessarie? Considerando il contesto «vergine» in cui è nato lo stabilimento (la zona, tra l’altro, è priva di subfornitori specializzati nel trattamento di metalli) c’è da chiedersi, a questo punto, quali difficoltà avrebbe potuto incontrare questa azienda se avesse, alla fine, aperto i battenti. Ma i cinesi i conti li hanno fatti bene. Non c’era alcuna intenzione di aprire. Solo di saccheggiare. Con la silenziosa complicità delle istituzioni italiane.

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