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Puglia e Basilicata «Addio ragazzi»

Oggi a Roma i funerali di Stato dei sei militari morti in un attentato a Kabul. A Bari una cerimonia si terrà in contemporanea al Sacrario militare. E' lutto nazionale. Domani si terranno le esequi nei rispettivi paesi di origine: nel Salento si aspetta la salma di Davide Ricchiuto, mentre la Basilicata attende a braccia aperte Antonio Fortunato (nella foto il figlio Martin davanti al feretro del papà). Un magistrato barese: «E' necessario morire per Kabul»
• La Basilicata piange il suo «tenente buono»
• Tiggiano incollata alla Tv per il suo figlio «morto per la Patria»
• La leccese Stefania pilota i piccoli aerei anti-bombe
 Salma di Ricchiuto giunta nel Salento
Puglia e Basilicata «Addio ragazzi»
Sono tornati. I feretri avvolto dal tricolore. Sopra, il basco rosso dei parà. Ciampino. Davanti al C 130 dell’Aeronautica ci sono i militari e il picchetto d’onore. C’è la tromba che intona il silenzio. C’è il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che sfiora con le mani quelle bare con i corpi dei sei ragazzi che hanno perso la vita a Kabul e si inchina davanti al loro sacrificio. Ci sono le madri, i padri, le mogli, le compagne, i figli di Antonio Fortunato, tenente della Folgore, nato in Basilicata e ucciso in Afghanistan, e degli altri ragazzi che erano di pattuglia con lui: Matteo Mureddu, Davide Ricchiuto, Roberto Valente, Gian Domenico Pistonami, Massimiliano Randino. Ci sono i bambini (come Martin, come il piccolo Simone) che portano commozione e rappresentano da soli una domanda. Poi l’autopsia e la camera ardente al Celio. Oggi è giorno di lutto. Oggi ogni domanda attende. C’è posto solo per il dolore della perdita. 

lacrime per militari morti a Kabul
MORIRE PER KABUL? «E' NECESSARIO»
di Gaetano Campione


Ha un senso, oggi, morire per Kabul? Stefano Dambruoso, magistrato, impegnato nei primi anni Duemila sul fronte della lotta al terrorismo internazionale, spiega i nuovi scenari. Non prima di aver puntualizzato come il problema Afghanistan vada inserito all'interno di un triangolo geografico che comprenda anche Pakistan e India. Lì dove, cioè, le fibrillazioni del radicalismo islamico sono più evidenti e gli interessi delle potenze regionali entrano in collisione. Basti pensare all'influenza di Iran, Cina e Russia. Insomma, da Kabul si dipana una grande ragnatela. Dice Dambruoso: «Il tipo di contrasto svolto in quelle aree non è immediatamente riportabile alla lotta al terrorismo di Al Qaida così come la intendiamo noi in Europa. Sembra un evento lontano che da un lato ci rassicura, dall'altro non ci deve far abbassare la guardia». 

Perché? «La realtà è ben diversa. Le cellule di Al Qaida in Europa hanno cambiato pelle. Sono composte da figli di arabi che hanno la cittadinanza dei paesi dove sono nati. Abituati a vivere e a muoversi in mezzo a noi. È la seconda generazione. Forse ancora più pericolosa della prima. Perché sa di poter essere controllata ed è più attenta rispetto al passato». 

Il cordone ombelicale, insomma, non è stato mai reciso? «Chi opera in Europa, continua ad essere in contatto con le aree di appartenenza dei genitori».

Quindi, restare in Afghanistan ha un senso? «In apparenza no. Ma è stato dimostrato che chi ha messo le bombe esplose nella metropolitana di Londra, prima di farsi saltare in aria, è andato lì per ottenere un supporto ideolo gico». 

A Bari tempo fa sono state arrestate due persone di ritorno dal Pakistan che andavano a Bruxelles. Un'operazione importante, secondo lei? «Certo. Dimostra ancora una volta i legami diretti. I due arrestati erano andati in Pakistan per prendere materiale propagandistico radicale da riprodurre, magari, in qualche moschea improvvisata. Gli inquirenti dicono che avevano alcune pen drive cariche di proclami e documenti. Quindi, per aggirare il controllo del web da parte dell'intelligence occidentale, hanno preferito recarsi di persona dai loro ref erenti». 

L'Italia ha soldati impegnati in 33 missioni estere. Eppure i morti sono arrivati solo in quei paesi in cui la presenza di Al Qaida (Iraq e Afghanistan) è più attiva. Siamo un obiettivo privilegiato? «Credo di no. Partecipare a missioni in zone calde aumenta i rischi. Basti pensare ai caduti che hanno avuto americani, inglesi o canadesi, ben più numerosi rispetto a noi. C'è un altro particolare da non dimenticare. Il tipo di impegno italiano si distingue per la ricerca di un consenso, per il tentativo di entrare in sintonia con la popolazione locale, per gli aiuti distribuiti. Questo è riconosciuto da tutti, a livello internazionale». 

Ma non ci salva dalle autobombe... «Nelle inchieste di cui mi sono occupato l'Italia è considerata alla stessa stregua di un qualsiasi paese occidentale. Quindi, può essere un obiettivo da colpire».

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