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San Gervasio, scarseggia il lavoro nei campi per gli extracomunitari

Al momento però la situazione nel campo di accoglienza resta drammatica. Il lavoro scarseggia, dei circa trecento ospiti del centro almeno la metà finisce con il bivaccare, sin dalle prime ore della mattina, senza una certezza di potersi impegnare per qualche giornata. Altri arrivano a gruppi di sette otto dieci persone. Vengono da Foggia con un carico di desolante rassegnazione in cerca di un lavoro che anche qui non c’è
San Gervasio, scarseggia il lavoro nei campi per gli extracomunitari
di Franco De Florio 

Palazzo San Gervasio -  Questo è il periodo di maggior affluenza di extracomunitari presso il centro di accoglienza di Palazzo San Gervasio. I posti a disposizione per alloggiare i lavoratori sono diventati insufficienti. Le tende canadesi, disponibili nella struttura, sono esaurite ed è al limite lo spazio nel capannone con i letti a castello.

Si sta provvedendo ad aumentare i posti letto impiantando una nuova grande tendopoli che dovrebbe ospitare almeno altre cento persone. Tendopoli acquistata dal comune con i fondi del rafforzamento della protezione civile. Il vicesindaco Paolo Palombo sta provvedendo, insieme ai volontari ed agli extracomunitari, al montaggio delle nuove tende e a fare funzionare nel migliore dei modi il centro di accoglienza. Anche la Provincia si è impegnata all’acquisto di materiale per almeno altri cinquanta posti, ma a partire da ottobre, a bocce ferme. Si vuole tentare di dare un tetto a tutti gli ospiti, dovesse arrivare la pioggia sarebbe un disastro.

Al momento però la situazione nel campo di accoglienza resta drammatica. Il lavoro scarseggia, dei circa trecento ospiti del centro almeno la metà finisce con il bivaccare, sin dalle prime ore della mattina, senza una certezza di potersi impegnare per qualche giornata. Altri arrivano a gruppi di sette otto dieci persone. Vengono da Foggia con un carico di desolante rassegnazione in cerca di un lavoro che anche qui non c’è. «A Foggia siamo arrivati da oltre un mese - raccontano - e non siamo riusciti a fare una sola giornata di lavoro, neanche per mangiare». Per altri è ancora peggio: dal mese di aprile vivono in Puglia e sono riusciti a racimolare solo qualche giornata lavorativa. Nonostante la campagna pugliese non sia ancora finita, in molti si riversano nel territorio lucano sperando di poter lavorare.

Le associazioni di volontariato si danno da fare per aiutare queste persone ma, di questo passo, presto le scorte finiranno. Ciò che resta è la solidarietà diffusa. Solidarietà fra di loro, innanzitutto, e chi lavora non nega un pezzo di pane a chi è stato meno fortunato.

La raccolta dei pomodori quest’anno non decolla: si notano segnali di crisi anche in questo settore. Qualche lavoratore per fortuna trova lavoro nei campi per la raccolta dei peperoni, una coltivazione che si sta sviluppando anche dalle nostre parti.

È circa mezzogiorno quando un agricoltore riaccompagna nel centro una decina di lavoratori impegnati nella raccolta dei peperoni, per loro si prospettano almeno altri trenta giorni di lavoro. I miracoli esistono ancora. I controlli da parte delle autorità preposte quest’anno si sono intensificati, sia presso il centro di accoglienza che sui campi di raccolta, in modo da scoraggiare il famigerato fenomeno del «caporalato» che, negli anni scorsi, spesso la faceva da padrone.

Anche dal punto di vista sanitario la situazione si presenta molto precaria. Il presidio della Croce Rossa, presente quotidianamente sul posto, sta svolgendo un lavoro egregio: gli interventi sono continui e numerosi con diversi ricoveri in ospedale a causa delle più varie patologie. Purtroppo, anche in questo caso, seppur continua e generosa, la solidarietà da sola può sopperire alle tante e variegate esigenze che si presentano. Da sola non può farcela. Tanto più che le medicine non bastano per curare le oltre trecento persone che attualmente sono ospitate nel centro.

E poi, c’è un prezzo che pagano anche i «fortunati» che sono riusciti a essere reclutati nei campi: ci si ammala facilmente dopo una lunga giornata trascorsa a lavorare, sotto un sole impietoso che spacca le pietre, in condizioni igieniche non proprio ottimali.

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