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Parco fluviale Basento  un percorso a ostacoli

di MASSIMO BRANCATI
Ancora non c’è traccia del progetto di riqualificazione del sito. Tenersi in forma è un’impresa. In tutti i sensi. Nella zona pullulano immondizia ed erbacce. E si rischiano incontri indesiderati
Parco fluviale Basento  un percorso a ostacoli
di MASSIMO BRANCATI

La storia si ripete. Ogni estate. Il parco fluviale del Basento continua a versare in pessime condizioni ed è un ricettacolo di rifiuti d’ogni tipo. Senza contare, poi, la presenza inquietante di cani randagi, topi e serpenti. Insomma, c’è chi è scappato, preferendo altre aree come il Pantano, mentre gli irriducibili del jogging che ogni mattina preferiscono «sfidare la sorte» a ridosso del Basento sanno di andare incontro a un percorso a ostacoli. Potenza aspetta da due anni, ormai, il via all’annunciato progetto di riqualificazione dell’intera area, finanziato con fondi Pisu per circa 1,5 milioni di euro. Siamo ancora nella fase della progettazione preliminare. Traduzione: bisognerà attendere almeno un altro anno per vedere qualcosa di concreto e assistere a lavori che, nelle intenzioni, dovrebbero riconnettere alla città una zona di alto valore ambientale, quella, per intenderci, che va dall’ambito compreso tra l’antico ponte romano «Sant’Oronzio», ora denominato ponte di San Vito, sino al viadotto Musumeci. Dai progettisti (a proposito, che fine hanno fatto?) il Comune si aspetta una proposta che abbia l'obiettivo di sradicare l’etichetta di «isola marginale» del capoluogo e di collocare la zona all’interno di una più articolata organizzazione degli spazi urbani. Tutto, però, resta nella sfera delle intenzioni. Nel frattempo non resta che avventurarsi in quella che è stata ribattezzata ironicamente «selva oscura»: tra sogni di smaltire i peccati di gola, voglia di tenersi in forma, ricerca di un momento di relax, il parco fluviale di viale del Basento è diventato un punto di riferimento per gli amanti (spesso improvvisati) del jogging. Ma chi vuole trascorrere un po’ di tempo libero a contatto con la natura deve fare i conti con un degrado sempre più evidente. Quello che dovrebbe essere un parco, infatti, è un’accozzaglia di rifiuti ed erbacce. Più volte ambientalisti e fruitori hanno denunciato la situazione chiedendo interventi di riqualificazione. Ma, come dicevamo, i tempi sembrano essere «biblici». E il passato insegna che non c’è neppure da fidarsi degli interventi promessi. Riecheggiano, infatti, gli impegni che aveva preso il consorzio industriale nei primi anni ‘90, quando aveva previsto l’intervento di recupero ambientale sul fiume, tenendo conto della necessità di u n’azione di risanamento dal punto di vista estetico ed igienico. Non c’è traccia delle allora annunciate tecniche di «bioingegneria» ed utilizzo di materiali naturali. Al contrario le sponde furono regolarizzate, modellate e rivestite con una sorta di tessuto in fibra polietilenica (geogriglie) di colore nero. Fu anche sistemato un tessuto in polietilene per proteggere le scarpate dalle ondate di piena e costituire il supporto per il radicamento e la ricrescita della vegetazione. Bastarono invece le prime piogge invernali a danneggiare parte degli interventi con l’inondazione di tutti gli isolotti ricreati e l’abbattimento di un gran numero di alberi.

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