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Fabbriche abbandonate prove di mancato sviluppo

di FILIPPO MELE 
MATERA - Cometa e la centrale del latte sono diventanti nel tempo, oltre che l’emblema del fallimento della filiera agro-alimentare pubblica. Sono due ruderi di proprietà della Regione Basilicata e sono diventati, nel tempo, oltre che l’emblema del fallimento della filiera agroalimentare pubblica, due “cimiteri industriali”. Fabbriche dismesse da anni, chiuse con tutti i macchinari al loro interno, magari con cisterne contenenti liquidi e sostanze pericolose, rifiuti organici, assalite dalla erbacce incolte, ricovero di animali selvatici e randagi
Fabbriche abbandonate prove di mancato sviluppo
di FILIPPO MELE 

METAPONTO - Sono due ruderi di proprietà della Regione e sono diventati, nel tempo, oltre che l’emblema del fallimento della filiera agroalimentare pubblica, due “cimiteri industriali”. Fabbriche dismesse da anni, chiuse con tutti i macchinari al loro interno, magari con cisterne contenenti liquidi e sostanze pericolose, rifiuti organici, assalite dalla erbacce incolte, ricovero di animali selvatici e randagi. 

Nel cuore del Metapontino, fiore all’occhiello dell’agricoltura e del turismo, ex California della Basilicata. Ma la Regione fa finta di non vedere e sentire. E non parla. Semplicemente non sa cosa farne dell’ex Cometa di Metaponto, a due passi dalla stazione ferroviaria e dal Borgo ed ad un tiro di schioppo dal mare, e dell’ex centrale del latte di Scanzano Jonico, nella popolosa frazione di Terzo Cavone. Due “cimiteri” che costano in immagine complessiva della costa jonica lucana, in salute umana, con i loro tetti costituiti dalle famigerate lastre in amianto, la fibra killer che tanti lutti ha provocato nel mondo, ed anche in termini, per ragionare più “materialmente”, economici. La Regione, cioè, ha speso soldi contanti negli ultimi anni per “gestire” ex Cometa ed ex Centrale pur mantenendole nell’abbandono attuale. 

Prendiamo l’ex Cometa che doveva essere “la punta di diamante” della commercializzazione dell’ortofrutta della zona. Gli agricoltori del Metapontino ricordano che, forse, ha lavorato allo scopo per pochissimo tempo. Poi, si sa come vanno le gestioni pubbliche di strutture produttive: fallimentari. Come fallimentari si sono rilevate le successive società miste, pubblico- privato con il primo che pagava ed il secondo che incassava. O che, quantomeno, non ci rimetteva. Non poteva durare. 
Così, questi capannoni ed uffici sono tornati alla ribalta nel 2004. Diventarono, come le fabbriche dismesse delle grandi città, asilo per extracomunitari. La Gazzetta entrò nell’ex fabbrica: ancora c’erano i macchinari. Arrugginiti. Ed ammassati, centinaia di uomini, donne, bambini, dal Sudan, dall’Eritrea, dal martoriato Darfour. In attesa, ogni mattina, di una giornata di lavoro nei campi. In nero. Senza acqua, luce, gas, servizi. Parlare di condizioni igienico-sanitarie sarebbe stato un eufemismo. 

La Regione, si accorse, allora, di essere la proprietaria dello stabile. E fu costretta ad intervenire per eliminare “lo sconcio”. Il 30 agosto del 2004, il blitz di polizia e carabinieri, su decisione del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, con 90 uomini e 30 mezzi. Ma, di migranti ne erano rimasti solo dieci. Cosa fece la proprietaria del rudere? Murò porte e finestre. Come chi mette il vestito pulito sopra allo sporco. Con quelle mura pensò di aver eliminato il problema. No. I migranti sono tornati. Solo nel scorso mese di giugno ne sono stati scoperti alcuni dai carabinieri. Sotto alle tettoie dell’ex Cometa. Spediti via. E l’area dell’ex struttura dell’agro-alimentare lucano è stata guardata a vista, notte e giorno, dai vigilantes di un istituto privato. Per quanto tempo? Per quanto il nostro massimo ente locale potrà far finta di aver dimenticato? Quanto gli costerà ancora mantenere in piedi i suoi ruderi? Cosa fare dell’ex Cometa di Metaponto? Per quanto tempo ancora la Regione Basilicata potrà continuare a non vedere, non sentire, non parlare?

E A POCHI CHILOMETRI LA EX CENTRALE DEL LATTE
Non è dissimile da quella dell’ex Cometa di Metaponto la storia dell’ex Centrale della Latte rugiada. Doveva lavorare il latte degli allevamenti del Metapontino e delle aree interne ma non ha resistito alla politica ed ai debiti. Di proprietà dell’Esab passò di mano in mano sino a quelle di Callisto Tanzi, re della Parmalat, nel 1992. Sul finire degli anni 90, la chiusura e l’abbandono. 
Sino al 20 ottobre 2003 quando la Gazzetta fece un blitz all’interno del rudere: i tetti in amianto che cadevano a pezzi, macchinari arrugginiti, cisterne piene di liquidi, erbacce dappertutto, serpenti, animali randagi, buste di latte putrefatto, bidoni con sostanze chimiche. Il 29 ottobre 2003 i carabinieri della Compagnia di Policoro sequestrarono tutto. Anche in questo caso la Regione Basilicata si accorse allora che l’ex centrale del latte era di sua proprietà. Ha dovuto sborsare fiori di soldi per effettuare la bonifica. Ed il blitz della Gazzetta mise in moto nuove indagini sull’omicidio di Vincenzo De Mare, ucciso con due colpi di fucile il 26 luglio 1993. Indagini ancora in corso. Ma, l’ex fabbrica è ancora lì, abbandonata ai suoi serpenti, alle erbacce, all’incuria. Ed ai suoi misteri.

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