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Salotti, Nicoletti non ha  potuto evitare il fallimento

di PASQUALE DORIA
Nel Materano si è chiuso il ciclo dei grandi salottifici. Si continuerà a produrre salotti e divani ma non più come un tempo. Chiuso il ciclo dei grandi salottifici. Si continuerà a produrre salotti e divani ma non più come un tempo
Salotti, Nicoletti non ha  potuto evitare il fallimento
di PASQUALE DORIA 

Fallimento annunciato, anche se tecnicamente il termine è improprio. Una vicenda amara. Perchè non rimarrà confinata nel perimetro del Tribunale dove ieri, in tarda mattinata, il miracolo, come era prevedibile, non c’è stato. Niente concordato preventivo per Peppino Nicoletti che, però - anche se in via Moro a un certo punto non ha potuto trattenere le lacrime - si è comunque reso protagonista di un piccolo colpo di scena. Ma andiamo con ordine. Non c’è stata la pronuncia della sentenza. Occorre il tempo materiale per redigerla. Forse una settimana. Ma a fronte del diniego maturato sul versante bancario e a tre nuove istanze da parte di altri soggetti, ogni spiraglio si è di colpo chiuso. Insomma, benchè nell’aria, è stato un passaggio per molti versi tragico, perchè osa c’è dopo il mancato concordato preventivo?Ma Nicoletti ha fatto in tempo a cambiare nome alla società protagonista del mondo produttivo materano negli ultimi decenni. Ora, si chiama «Produzione industriale mobili imbottiti spa». Il fallimento interesserà questa società, «Pimi», già Nicoletti spa. Non è molto, ma almeno è consolatorio, salva la faccia. 

Una nuova società, che vuol dire? «Vuol dire che fino a quando avrò anche un solo filo di fiato in corpo non mi arrenderò. Sia chiaro, sul nome di Nicoletti non sventola bandiera bianca, ho cercato di tutelare almeno questo aspetto, perchè sono intenzionato a non mollare, la mia storia, quella della mia gente m’impedisce di tirare i remi in barca». Il commento è a caldo e arriva a valle di due ore di camera di consiglio nel palazzo di Giustizia. Non erano ancora le 14 e l’udienza era già chiusa. Esito negativo. Non è stata una passeggiata e, da quello che si è appreso, non sono mancate neppure momenti di tensione, umanamente comprensibili. Non mi arrendo. 

Si spieghi meglio, cosa succede adesso? «Accade che il mio nome, Nicoletti, tutto quello che significa per la storia del mobile imbottito materano, non è stato trascinato nel baratro del fallimento. E questo vuol dire che la partita non è chiusa. La storia di Nicoletti non è finita. Il cambio di denominazione sociale è una forma di tutela concreta. Non è solo un fatto formale. Noi ci siamo. E personalmente farò qualunque cosa per continuare ad esserci. Per i miei figli e per questo territorio sono pronto a tutto, anche a buttarmi sotto un carro armato». 

Il temperamento, qualche lacrimuccia a parte, è quello che tra Matera e dintorni tutti conoscono. Inutile negare, però, che l’opinione pubblica locale, non può non avere a cuore soprattutto il destino dei lavoratori. La comunità spera che a non essere travolte siano le vite dei 430 dipendenti in cassa integrazione straordinaria, delle loro famiglie. Il paracadute rimarrà aperto fine a febbraio 2010. Poi, lentamente, in regime di mobilità, questa forma di ammortizzatore sociale inizierà a chiudersi su se stessa e il precipizio, la caduta libera in un vuoto occupazionale, fino a prova contraria, non potrà essere evitat a. È evidente, ora le partite in corso sono almeno due. Da una parte ci sono Nicoletti e quanti gli sono rimasti vicini, non vogliono affondare. Cosa che in futuro, chissà, potrebbe alimentare nuove speranze. Tutto questo mentre con il concordato fallimentare si cercherà di recuperare il più possibile a favore dei creditori. Dall’altra parte, prioritaria è la questione di centinaia di materani alle prese con un futuro assolutamente incerto. Rappresenta il volto più duro e problematico di questa vicenda, anche perchè generalmente non si tratta di dipendenti a un passo dalla pensione. L’età media di tutti loro dice che sono lontani da questa meta. Un discorso a parte lo meriterebbe anche la legittima ambizione maturata negli anni Novanta di dare gambe ad un Distretto industriale. Con molta onestà, sembra ormai definitivamente chiuso il ciclo delle grandi industrie produttrici di mobili imbottiti, quelle con centinaia di dipendenti che diventavano migliaia con l’indotto. Allo stesso modo il Distretto non potrà certamente nutrire le stesse aspirazioni di partenza, quelle che andavano bene un paio di decenni fa, quando il termine globalizzazione non era stato mai neppure pronunciato e la crisi non mordeva così come sta facendo oggi. Certo qualcuno i divani continuerà a produrli, non è che questo articolo scomparirà completamente dai mercati. Ed è presumibile che continuerà ad essere anche esportato proprio a partire dai luoghi in cui il prodotto somma come valore aggiunto esperienze e capacità, specialmente manuali, altrove difficilmente riscontrabili. Ma niente, davvero nulla potrà essere più come prima.

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