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«Ho costruito il carro  per la Bruna, ma non  sopporto lo 'strazzo'»

di EMILIO OLIVA
E' lo strano destino del suo autore, il maestro Michelangelo Pentasuglia, da anni costruisce il carro di cartapesta per la festa della Madonna della Bruna, ma soffre a vedere la sua opera «distrutta per tradizione»
• Strappo alla tradizione anticipare la processione della Madonna
• I prossimi appuntamenti
«Ho costruito il carro  per la Bruna, ma non  sopporto lo 'strazzo'»
di EMILIO OLIVA

MATERA - «Io paragono il carro di cartapesta ad una grande orchestra. Quando tutti gli strumenti sono accordati, la musica si fa ascoltare». L’artista Michelang elo Pentasuglia, «57 anni allo specchio », scherza lui, prima di rivelare che sono il riflesso di 75 all’anagrafe, commenta così la sua ultima fatica nel giorno di inizio dei festeggiamenti patronali della Madonna della Bruna. Gli «strumenti» di cui parla sono le tre arti, architettura, scultura e pittura, che distinguono un grande artigiano della cartapesta. Come lo era il prozio Raffaele, capostipite di una famiglia di cartapestai, alla quale ha appartenuto il padre di Michelangelo, Francesco, e lo zio Raffaele. 

«Era il lontano 1923 quando il mio prozio iniziò a trasformare il carro. Con i D’Antona si raggiunse l’apice nella decorazione. Ma la scultura era quasi del tutto assente. Raffaele Pentasuglia era bravo a modellare l’argilla e così, dai calchi. cominciò a creare i bassorilievi, i puttini e le statue che da allora hanno arricchito i carri della Bruna». Michelangelo Pentasuglia è al suo undicesimo lavoro, avviato a fine gennaio e ultimato ai primi di giugno. Quelli costruiti con il padre Francesco e lo zio Raffaele, invece, non si contano più. «Avevo 13 anni quando cominciai». 

Il suo carro più bello? «Quello che mi fu bruciato, il figlio sfortunato. Mi è rimasto nel cuore. Era il primo che realizzavo da solo e tenevo a dimostrare che c’era continuità. L’attentato fu una batosta. Quellaferita è sempre aperta». Ieri, nel capannone al rione Piccianello, ha atteso impaziente la cerimonia della benedizione del manufatto. «Per me è finita la festa», commenta. «Da domani dovrò dimenticarmi del carro, della mia ultima creatura. Altrimenti non riuscirei ad assistere allo strappo in piazza». 

La sua costruzione ha richiesto tre mesi e mezzo di lavoro oltre a tre metri cubi di legno, con cui si realizza lo scheletro, 10 mila punti di spillatrice («perché i chiodi – spiega il maestro – non si usano più»), due quintali di carta e altrettanti di colla, cinquanta chili di vernice. Quest’anno il carro della Bruna è più largo dei soliti. Non dovendo passare sotto l’arco della Cattedrale, largo tre metri, Pentasuglia ha potuto realizzare fiancate più ampie, che gli fanno superare di 40 centimetri la sua tradizionale misura. L’altra particolarità è la grande corona che troneggia sulla spalliera e quindi sul punto in cui verrà collocata la Madonna. Ispirato al tema “San Paolo migrante, apostolo delle genti”, il carro è impreziosito da 13 grandi statue, 6 puttini, 25 teste di angioletti e 6 colombine. Gli assalitori sanno già a cosa puntare. «In questi giorni – rivela Pentasuglia – hanno già messo gli occhi su Sant’Eustachio, su San Giovanni da Matera (sui lati posteriori del carro, ndr) e sull’angelo dietro la spalliera». Il maestro si è avvalso, per il secondo anno, dell’aiuto di un giovane apprendista, Eustachio Santochirico, 20 anni, che ha concluso il corso di Aeronautica all’Istituto Olivetti. «Vorrei fare il meteorologo», spiega. È una passione che divide con l’arte della cartapesta, forse meno faticosa. Ma lui non la pensa così. «Lavorare al carro per me – ribatte – è un onore che ricompensa ogni sacrificio».

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