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Trascurato il rischio crollo nel rione Sassi di Matera

di PASQUALE DORIA
Il pericolo non viene solo dai terremoti, ma anche da infiltrazioni e sollecitazioni antropiche. Il problema in uno studio commissionato dal Comune ma non si è mai andati oltre i preliminari. Il rischio di crolli fa parte della natura calcarenitica del sito ma si può prevenire
Trascurato il rischio crollo nel rione Sassi di Matera
di PASQUALE DORIA 

MATERA - Qualcosa il sisma abruzzese deve insegnarla. Sono andati giù gli edifici nuovi, figuriamoci quanto sono sicuri quelli con qualche secolo di storia sulle spalle. L’argomento è degno di scongiuri. Ma solo dopo il terremoto dell’Ot - tanta anche a Matera forse si è iniziato a fare i conti con prescrizioni e misure previste da apposite leggi. I quartieri nati dopo l’ab - bandono, per esempio, non è che possano vantare chissà quali solide fondamenta. L’argomento è noto. Discorso ancora più delicato quello sugli antichi rioni di tufo. Sono stati eseguiti anche una serie di studi nel merito, salvo essere accantonati dopo regolare pagamento. L’ultimo, oltremodo interessante, è propedeutico a una mappatura dei rischi naturali nei rioni tufacei. Risale all’inizio di questo decennio e, a parte qualche volenteroso addetto ai lavori, è ormai materia di un profondo oblio. 
sassi a Matera, rischio crolli
Eppure, qualche reazione avrebbe dovuta suscitarla la vicenda vissuta, per fortuna nottetempo in Cattedrale, quando avvenne un crollo di dimensioni non trascurabili. Sarebbe bastato dare uno sguardo meno distratto allo studio coordinato dal prof. Marco Mucciarelli, docente di sismologia all’Università di Basilicata per per apprendere che nella parte alta dei Sassi, da San Pietro Caveoso alla Civita, insiste un piano di taglio principale passante a sudovest del Duomo. Si tratta di una «fratturazione», qualcosa che ha che fare direttamente con la stabilità dell’ammasso roccioso calcareo e i risultati rivelano una predisposizione del versante al distacco di blocchi attraverso il meccanismo del ribaltamento. Mentre non di rado si litiga su quale sede individuare per attuare al meglio le proprie attività nella prestigiosa cornice di un patrimonio tutelato dall’Unesco, sul discorso prevenzione sembra essere calato un silenzio tombale. Che, tuttavia, può essere interrotto. 

Basta fare riferimento alla notte di un anno fa, marzo 2008. A seguito di abbondanti piogge si verificarono notevoli crolli a piedi di Piazzetta Pascoli. La zona è ancora transennata; chissà, però, se dopo questo episodio lo studio commissionato dal Comune è stato preso in debita considerazione. Tra le altre cose indica chiaramente precisi fattori scatenanti legati alla stabilità degli antichi rioni. Le infiltrazioni delle acquemeteoriche in concomitanza di eventi pluviometri di una certa intensità sono controindicati. Insomma, quando piove troppo, dalle parti dei Sassi, non è esagerato parlare di minaccia, di pericolo incombente. Sia chiaro, è del tutto inutile scatenare controproducenti allarmismi. 
sassi a Matera, rischio crolli
E ancora di più non ha senso andare a caccia di responsabilità individuali. Del resto, non si può disconoscere il lungo periodo di abbandono di tutta la zona. L’assenza di una manutenzione attiva ha sicuramente provocato danni enormi all’insieme del tessuto urbano. Ma non è tutto. Un altro aspetto si comprende ripercorrendo le fasi salienti dello studio: non sempre chi ci ha proceduto ha adottato tecniche adeguate. Viene meno un mito sull’arte di lavorare il tufo. Il livello di conoscenze maturate non era come ci piace spesso immaginare. Anzi, molte volte è risultato decisamente inadeguata l’opera di scavo in tutte le direzioni, senza un progetto unitario. La compromissione di alcune aree dipende anche da queste attività, spesso frenetiche, per guadagnare spazio a discapito di volumi rocciosi che svolgevano un ruolo dinamico ben preciso in un rapporto, con l’andare del tempo, fatalmente destinato ad alterarsi a favore dell’instabilità. Questa brevissima carrellata di problemi, nel suo insieme, evidenzia, però, quanto sia estesa e diffusa la cultura, se così può essere definita, dell’emergenza. Gli strumenti di previsione, in realtà, ci sono. Sono attendibili, ma non possono fermarsi ai preliminari. I rischi naturali, così, continuano a non essere considerati tali, quasi fossero innaturali.

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