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Furti alla Fiat in tre agli arresti

di GIOVANNI RIVELLI 
San Nicola di Melfi - Nella piana industriale di Melfi è ancora buio quando arrivano i carabinieri. Sono in forze (a quelli della Compagnia di Melfi guidati dal capitano Antonio Contente si aggiungono quelli del reparto operativo del capitano Antonio Milone) e si indirizzano con decisione verso i magazzini della Fiat Melfi. È un appostamento, deciso nell’ambito delle indagini coordinate dal sostituto procuratore di Melfi Renato Arminio: vogliono vedere cosa succede in quei capannoni dove sono stipati i componenti della «Grande punto».
Furti alla Fiat in tre agli arresti
di Giovanni Rivelli

San Nicola di Melfi - Nella piana industriale di Melfi è ancora buio quando arrivano i carabinieri. Sono in forze (a quelli della Compagnia di Melfi guidati dal capitano Antonio Contente si aggiungono quelli del reparto operativo del capitano Antonio Milone) e si indirizzano con decisione verso i magazzini della Fiat Melfi. È un appostamento, deciso nell’ambito delle indagini coordinate dal sostituto procuratore di Melfi Renato Arminio: vogliono vedere cosa succede in quei capannoni dove sono stipati i componenti della «Grande punto».

Il risultato dell’operazione, purtroppo è quello atteso: le auto Fiat vanno «a ruba» tanto intere che a pezzi. Questa volta sono stati individuati componenti trafugati per 400mila euro.

I militari erano sulle tracce di un traffico di questo tipo da tempo e, a seguito delle segnalazioni di sparizioni di materiali, era stato aperto anche un fascicolo d’indagine in procura.

Così, nella notte tra giovedì e ieri, nel corso dell’appostamento, hanno visto entrare nel recito dello stabilimento un camion vuoto. È una cosa inconsueta per una fabbrica dove i carichi dovrebbero solo entrare per poi far uscire auto complete.

I militari, da lontano continuano ad osservare quello che succede all’interno, lungo una campata laterale esterna del magazzino componentistica della fabbrica e vedono due carrelli che caricano materiale sul mezzo e quando questo sta per ripartire e lasciare il perimetro della Fiat intervengono. Immediatamente vengono arrestati due carrellisti della «Ceva Logistic» (la società che gestisce i magazzini della casa automobilistica) e il guidatore del Tir. Quei materiali (tra cui anche diversi motori diesel «multijet» freschi freschi di fabbrica) non sarebbero mai finiti su auto nuove ed erano probabilmente destinati al mercato clandestino dei ricambi, su una rete parallela a quella dei ricambi ufficiali.

Un danno doppio, per l’industria automobilistica italiana, perché il materiale asportato finendo sulla rete illegale di ricambi faceva anche concorrenza alla ricambistica ufficiale della casa torinese.

Già in passato, in precedenti sequestri, i carabinieri hanno avuto modo di accertare che questi pezzi Fiat comunque originali venivano rivenduti alla metà del prezzo di quelli della linea di componentistica ufficiale. Metà del costo, ma praticamente la stessa qualità visto che, in pratica, si tratta dello stesso pezzo costruito nella stessa fabbrica. In qualche caso cambia un codice identificativo o il confezionamento, ma per il cliente finale è praticamente impossibile accorgersene.

Non così, invece, per chi in questi ricambi «paralleli» ci traffica. Merce senza fattura, impossibile non accorgersi che dietro ci sia qualcosa di losco.

E per gli inquirenti lo stesso discorso vale per alcuni addetti alla vigilanza della fabbrica di San Nicola di Melfi. Ieri i carabinieri ne hanno denunciati tre. L’ipotesi è che abbiano chiuso un occhio, anzi tutti e due, per favorire quel traffico illecito. Le indagini mirano ad appurare se ci possa anche essere stato un tornaconto per loro.

Le sei persone prelevate all’alba di ieri dallo stabilimento lucano sono state portate in caserma e interrogate a lungo. Alla fine, intorno alle 15, dopo che gli era stato notificato il provvedimento di arresto, i tre sono stati tradotti al carcere della cittadina federiciana. Si tratta di Leonardo Scagliozzi, 50 anni, autista del mezzo che era andato a caricare, Salvatore giovanni, 40 anni e Rocco Cordisco, 36, entrambi carrellisti della Ceva.

L’operazione è conclusa. Ma non l’indagine. Quattrocentomila euro di refurtiva in un solo colpo sono troppi perchè a gestirli si sia solo in tre. Alle spalle, è il sospetto degli inquirenti, ci potrebbe essere una vera e propria organizzazione pronta a smerciare la refurtiva in tutt’Italia. E il lavoro di indagine prosegue.

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