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Pisticci, prima il licenziamento poi il reintegro dal giudice

Rinascere a 70 anni, 10 dei quali dedicati ad una causa che non finisce mai. Nicola Grieco, per tutti “Nicolino” ha vinto una causa di lavoro contro la Confederazione Italiana Agricoltura che a 61 anni e a 4 anni dalla pensione lo aveva licenziato all’improvviso e senza avergli pagato numerosi stipendi 
• La Cia lucana condannata a pagargli 470mila euro
Pisticci, prima il licenziamento poi il reintegro dal giudice
di PIERO MIOLLA 

PISTICCI - Rinascere a 70 anni, 10 dei quali dedicati ad una causa che non finisce mai. È la sensazione gioiosa ed inebriante, accompagnata da un appagante senso di giustizia, di Nicola Grieco, per tutti a Pisticci “Nicolino”. I suoi legali, gli avvocati Tommaso e Giandomenico Di Pisa, infatti, gli hanno comunicato che il giudice del lavoro di Matera, Rossella Di Todaro, ha finalmente accolto le sue richieste, che lo avevano tormentato per due lustri. Per capire e comprendere meglio di cosa si tratta, bisogna fare un passo indietro. Grieco ha trascorso gran parte della sua vita lavorativa alle dipendenze della Cia (Confederazione Italiana Agricoltura). Un rapporto quarantennale ed instancabile. Mal ripagato. Perché la Cia, all’età di 61 anni ed a 4 dalla pensione, lo licenzia all’improvviso. Senza avergli pagato numerosi stipendi e, per quelli corrisposti, senza raggiungere il minimo costituzionalmente garantito. La sua era una missione, non semplicemente un lavoro. Ma, dopo 40 anni trascorsi così, senza interruzioni, ferie o riposi, la beffa. Siamo nel ‘99 e, per Nicolino, rabbia e sconforto prendono il sopravvento sugli ideali, sulla sua mission. «Senza tentennamenti detti subito mandato ad un legale affinché tutelasse adeguatamente i miei diritti», spiega alla Gazzetta. Ben presto, però, capì quanto la macchina della giustizia possa rendere difficile la vita alle persone. 

«La causa è durata 10 anni è non stato facile per me. Sono sempre stato convinto delle mie ragioni e non capivo perché ci fossero tanti problemi. Ho cambiato vari avvocati, ma sembrava tutto inutile». Ad un certo punto, preso dallo sconforto, ha scritto al Presidente della Repubblica. Nulla, però, è cambiato. Ed allora, nel dicembre, scorso, stanco e dissuaso dalla giustizia, ha iniziato uno sciopero della fame e della sete. Dopo 4 giorni ha deciso per l’azione clamorosa: si è incatenato all’ingresso del Palazzo di Giustizia. Poi, finalmente, la luce: «Ho atteso tanto, troppo. Ora, però, giustizia è fatta», commenta con voce rotta dall’emozione. «Mi sento rinascere, alla mia veneranda età. Finalmente un tribunale della Repubblica ha riconosciuto i miei diritti, maturati onestamente durante una vita di lavoro, dedicata per intero alla Cia, che mi erano stati ingiustamente negati. Un grazie al magistrato per l’equi - librio e l’onestà mostrate, ed agli avvocati Di Pisa per l’impegno profuso, la capacità professionale ed il risultato raggiunto. La Cia? Non serbo rancore a loro e spero non mi costringano ad un recupero coattivo di quanto mi è stato riconosciuto».

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