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di SANDRA GUGLIELMI
Il 71enne di Avigliano Tuccio Martinellib in pieno stile «Carramba che sorpresa», incontrerà, Ruggero Zilioli, suo coetaneo mantovano, presso la cui famiglia, nel comune di Gonzaga, fu ospitato per 2 anni come un figlio alla fine del 40'
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AVIGLIANO - Un incontro desiderato e cercato da una vita. L’aviglianese Donato Martinelli ritroverà stamani, dopo 60 anni, il suo amico mantovano Ruggero Zilioli. Il falegname della cittadina al piè del Carmine ha voluto raccontarci la sua, la loro storia, che ha cambiato il corso di una vita di indigenze. 

Tuccio, torniamo con la memoria alla fine degli anni ‘40 e ci racconti com'è iniziata la sua avventura lombarda. «Dopo la guerra si conviveva con la miseria e con la fame. Ero il secondogenito di 6 figli. Mio padre Domenico faceva tre mestieri per cercare di sbarcare il lunario: il calzolaio, il manovale e la guardia notturna. Per morosità eravamo stati sfrattati e il comune ci aveva dato una stanza nei pressi del Belvedere. C'erano periodi in cui non avevamo nulla da mangiare e ricordo che una volta mio fratello svenne perché non toccavamo cibo da qualche giorno. Quando arrivò al Pci della Basilicata la proposta dei comunisti mantovani di inviare presso di loro dei bambini poveri, il sindaco Andrea Mancusi parlò con mia madre, che decise di mandare me, che avevo 10 anni, e mio fratello Dino, di 2 anni più piccolo. In quegli anni la contrapposizione frontale Dc e Pci era durissima e delle donne cattoliche cercarono di dissuadere mia madre, perché mandava i propri figli presso i comunisti che mangiano i bambini». 

Come fu il giorno della partenza? «Eravamo 10 bambini di Avigliano e ci incontrammo presso la Camera del lavoro. Ci diedero un bicchiere di latte e un biscotto e poi partimmo. Eravamo un centinaio di ragazzini di tutta la Basilicata e il “treno della fame”, come era soprannominato, ci portò a Mantova. Io e Dino, una volta arrivati, fummo affidati a due famiglie di Gonzaga, gli Zilioli e i Felini. Il giorno successivo al nostro arrivo ci fecero fare una visita medica e poi ci portarono a comprare scarpe e vestiti». 

Ci racconta come foste accolti dalla comunità? «Facevamo vita di famiglia ed io frequentavo la scuola con Ruggero, mio coetaneo, amico fraterno, compagno di classe e di giochi. Erano tutti molto gentili con noi, non solo quelli di sinistra: dovunque andavamo, in un bar o al cinema, non pagavamo nulla. Penso, addirittura, che la famiglia che mi ospitava non fosse comunista, perché tutte le domeniche si andava in Chiesa. Dopo un anno finì per tutti l’esperienza lombarda, ma a me e a Dino fu chiesto di restare. Tornammo a casa con gli altri solo qualche giorno e ricordo che un banditore per le vie del paese annunciava il nostro ritorno».

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