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Terremoti: il modello utilizzato in Lucania

Poteri nelle mani dell'amministrazione centrale o deleghe ai sindaci, ricostruzione nelle stesse aree colpite dal sisma o new town: sono le scelte che dovrà fare nei prossimi giorni il governo per disegnare il progetto di rinascita delle aree abruzzesi devastate dal terremoto del 6 aprile scorso. Ecco i modelli che sono stati seguiti per la ricostruzione in tre diverse aree del Paese colpite da devastanti terremoti
• Aiuti ai terremotati dai lucani in Canada
Terremoti: il modello utilizzato in Lucania
ROMA - Poteri nelle mani dell'amministrazione centrale o deleghe ai sindaci, ricostruzione nelle stesse aree colpite dal sisma o new town: sono le scelte che dovrà fare nei prossimi giorni il governo per disegnare il progetto di rinascita delle aree abruzzesi devastate dal terremoto del 6 aprile scorso. Ecco i modelli che sono stati seguiti per la ricostruzione in tre diverse aree del Paese colpite da devastanti terremoti: 

MODELLO FRIULI – La chiave di volta della ricostruzione in Friuli – il sisma del 6 maggio 1976 causò mille morti, lesionò 40 mila abitazioni e interessò un’area pari a un terzo della regione – fu il protagonismo dei sindaci.
Fu l’allora presidente del Friuli Venezia Giulia, Antonio Comelli, ad intuire che per ricostruire “com'era e dov'era” bisognava avere la collaborazione dei sindaci. E fu questa impostazione che alla fine vinse, con la collaborazione del Commissario straordinario Giuseppe Zamberrletti e del governo guidato da Aldo Moro. 

Ai Comuni infatti vennero concessi i contributi stanziati dalla leggi nazionali e furono i sindaci a “gestire” la ricostruzione che venne ultimata in poco più di 15 anni. 

Non ci fu un solo caso di corruzione o malversazione e ancora oggi l’associazione che raggruppa gli ex sindaci del terremoto va fiera di quella scelta. “E' nel 1976 che l’Italia scoprì il federalismo – sostiene il presidente, Franceschino Barazzutti – ed è grazie a quella scelta che si potè ricostruire”. 

Il sisma del 1976 in Friuli è passato alla storia anche perchè fu in quella tragedia che nacque la Protezione civile e perchè per la prima volta l’esercito venne impiegato in misura massiccia per il primo soccorso e poi per tutta la fase dell’emergenza. 

MODELLO IRPINIA-BASILICATA – Per la ricostruzione delle aree della Campania e della Basilicata colpite dal terremoto del 23 novembre 1980, che provocò – secondo dati contenuti in atti parlamentari – 2.570 morti, 8.848 feriti e circa 300 mila senzatetto, distribuiti in 687 comuni si è proceduto a tappe. In un primo tempo – con poteri straordinari affidati al commissario Giuseppe Zamberletti – furono approntate tendopoli e roulottopoli, si passò poi alla fase dei containers e, quindi, a quella dei prefabbricati. Solo successivamente si passò alla ricostruzione vera e propria del patrimonio abitativo. 

Nei giorni immediatamente successivi al sisma furono messi a disposizione dei terremotati alcune migliaia di tende da campo e fu fatto affluire da tutta Italia un consistente numero di roulottes per la primissima emergenza. Una settimana dopo l'evento sismico, l’Esercito approntò i campi container, gli ultimi smantellati appena qualche anno fa.
Furono installati circa 11mila container e poi realizzati oltre 26mila prefabbricati che, ancora oggi, accolgono qualche famiglia. Con il passare dei mesi cominciò l’insediamento, nei pressi dei centri abitati andati distrutti, di prefabbricati leggeri nei quali trovò sistemazione la maggior parte dei senzatetto. 

Nel novembre del 1981 – ad un anno dal sisma – il Parlamento approvò la legge 219, con ampia delega agli enti locali, che prevedeva ingenti finanziamenti destinati non solo alla ricostruzione, ma anche allo sviluppo delle aree terremotate. Lo Stato ha complessivamente impiegato per lo sviluppo e la ricostruzione delle aree colpite dal sisma del 1980 circa 50mila miliardi di lire. 

MODELLO UMBRIA – Niente new town in Umbria, dopo il terremoto del settembre '97, ma interventi mirati a mettere in sicurezza il territorio della fascia appenninica al confine con le Marche danneggiato da una sequenza di oltre 8.000 scosse nella fase acuta del sisma, ed a ricostruire ed a riqualificare i centri colpiti, da quelli maggiori (come Assisi, Foligno, Nocera Umbra, Gualdo Tadino) a quelli più piccoli di montagna. 

“Il nostro slogan è stato Dov'era com'era”, ribadisce l'assessore regionale umbro alla ricostruzione, Vincenzo Riommi, ricordando che per l’emergenza vennero spesi oltre 400 milioni di euro, mentre la ricostruzione è costata 5 miliardi e 100 milioni. “I nostri centri danneggiati – continua Riommi – sono stati ricostruiti e migliorati nella loro sicurezza, anche perchè molti centri storici delle città danneggiate sono essi stessi dei beni culturali”. Una ricostruzione, quella umbra, che ha comportato anche rispetto per i materiali preesistenti ai danneggiamenti, “per non modificare – spiega l’assessore – quel paesaggio che resta una delle nostre ricchezze”. La ricostruzione umbra ha fatto da modello anche per quanto riguarda il recupero dei beni culturali (2.300 quelli danneggiati dal sisma, a partire dalla basilica di S.Francesco, ad Assisi) e per la sicurezza dei cantieri (nessun incidente sul lavoro), con l’introduzione del Durc, il documento unico di regolarità contributiva.

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