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Cassazione: le intecettazioni volute  da Woodcock non si possono utilizzare

L’indagine, che era nata da una più ampia inchiesta condotta a Potenza (che aveva coinvolto personaggi come Tony Renis, Emilio Colombo, Sergio D’Antoni, Flavio Briatore e Luciano Gaucci, Franco Marini), riguardava la liquidazione giudiziale della Federconsorzi
Cassazione: le intecettazioni volute  da Woodcock non si possono utilizzare
ROMA – Le intercettazioni disposte dall’allora pm di Potenza Henry John Woodcock nell’ambito di un’inchiesta su presunte tangenti sono inutilizzabili. Lo ha sancito la sesta sezione penale della Cassazione, dichiarando inammissibile il ricorso della Procura di Roma contro la sentenza con cui il gup della Capitale aveva pronunciato il non luogo a procedere per 5 imputati. L’indagine, che era nata da una più ampia inchiesta condotta a Potenza (che aveva coinvolto personaggi come Tony Renis, Emilio Colombo, Sergio D’Antoni, Flavio Briatore e Luciano Gaucci, Franco Marini), riguardava la liquidazione giudiziale della Federconsorzi. 
Il gup aveva dichiarato inutilizzabili, per mancanza di motivazione dei decreti autorizzativi, i contenuti di conversazioni intercettate. La Procura di Roma, invece, aveva esposto tutt'altra tesi nel suo ricorso in Cassazione, rilevando che «le richeiste del pm di Potenza richiamavano per relationem anche atti di polizia giudiziaria che, attraverso il richiamo del richiamo, dovevano considerarsi parte integrante anche4 dei decreti del gip di Potenza». 

Per la sesta sezione penale della Suprema Corte, invece, «appare inaccettabile la richiesta del ricorrente di legittimare, delineando una ulteriore forma di motivazione per relationem di secondo grado, il 'richiamo del richiamò, ossia il rinvio all’atto di polizia giudiziaria, come se l’autorità giudiziaria potesse sostanzialmente rimettersi alla valutazione di polizia giudiziaria per l’apprezzamento della sussistenza dei gravi indizi di reato e dell’assoluta indispensabilità dell’intercettazione ai fini della prosecuzione delle indagini». Una tale legittimazione, secondo gli 'ermellini', «finirebbe per svilire – si legge nella sentenza n.12722 – e vanificare la garanzia di inviolabilità che la Costituzione ha apprestato con presbite lungimiranza, considerate le possibili e molteplici aggressioni alla sfera della riservatezza della persona che gli sviluppi tecnologici consentono sempre più agevolmente».

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