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di ROCCO NIGRO 
Dagli anni '60 ad oggi, un flusso finanziario di circa 174 milioni di euro è finito in quella sorta di pozzo di san Patrizio scavato da aziende che, ottenuti i finanziamenti, hanno cessato l'attività oppure si sono trasferite altrove. Il caso Ipaf Sud
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Basilicata terra di industrie-bluff
ANZI - Di comparti produttivi che chiudono in questo particolare momento di crisi economica ce ne sono fin troppi. Ma ci sono pure aziende che a distanza di quasi un decennio, nonostante le ingenti risorse finanziarie messe a disposizione dalla Stato non hanno mai aperto i battenti. Insomma, non sono mai entrate in produzione. Emblematico è il caso della Ipaf sud di Latina. La prima vera «fabbrica» si disse allora, nata con un finanziamento della legge 488 di 3,5 milioni di euro in Val Camastra per offrire occupazione a non meno di cento unità. Oggi, a distanza di tutto questo tempo trascorso, di quel sogno non resta altro che, una struttura in cemento armato di oltre 20 mila metri, la quale non manca di creare un forte impatto ambientale in un’area a forte vocazione naturalistica. Inizialmente doveva produrre pannelli in legno destinati al mercato dell’edilizia, poi, scongiuri a parte, doveva produrre bare per feretri. Casse da morti per tradurre in un linguaggio più comune. 

Era nata grazie all’amicizia di due commilitoni che si erano conosciuti sotto il cielo di una imponente camerata romana. Il primo un operaio di Anzi, l'altro, laziale figlio di uno dei più grossi imprenditori di Latina il quale, dopo aver ottenuto il finanziamento aveva ceduto l’azienda ad un labirinto di nomi che negli anni hanno subito continui cambi societari. Ma soprattutto, di amministratori che si sono dileguati nel nulla e che non hanno esitato un solo attimo nel tradire non solo, il sogno dei tanti disoccupati dell’area i quali in questa azienda vedevano aprirsi le porte della speranza, ma anche la scelta di lasciare in perenne stato di degrado e di abbandono un «mausoleo» dalle grandi dimensioni. Uno scatolone in cemento armato, il quale per poterlo riconvertire o dismettere, richiederà ulteriori somme di danaro. Insomma, di altro spreco di danaro pubblico che si aggiunge al precedente. Quasi a voler parafrasare la mitica frase che Totò pronunciò nel famoso film «47 morto che parla»: «E io pago». Quella della Ipaf Sud è solo una delle tante storie di fallimenti, progetti imprenditoriali impalpabili, chiusure e truffe frutto di un approccio distorto: si fa un’azienda per prendere soldi, non si prendono soldi per fare un’azienda. 

È il «buco nero» del processo di industrializzazione in Basilicata, quello che in quarant’anni ha intercettato finanziamenti pubblici senza tradurli in occupazione stabile e produttività. I dati fotografano un quadro devastante: dal ’60 ad oggi - incrociando statistiche di Regione e Unioncamere - un flusso finanziario di circa 174 milioni di euro, tra incentivi comunitari, nazionali e regionali, è finito in quella sorta di pozzo di san Patrizio scavato da aziende che dopo aver ottenuto i finanziamenti hanno cessato l’attività oppure si sono trasferite altrove. 

Due, dunque, i segmenti sui quali si è sviluppata l’industria-flop: da una parte le imprese che hanno preso i soldi senza mai avviare l’attività (come nel caso dell’Ipaf Sud), dall’altra quelle che non hanno retto il mercato. È Balvano la terra lucana della «toccata e fuga» di aziende. Cinque gli imprenditori che, dopo aver incamerato fondi pubblici, hanno fatto le valigie. È quanto ha fatto, ad esempio, la Kerst (produttrice di pellame): finanziata dalla legge 488 con 5 miliardi di vecchie lire, ha resistito in Basilicata due anni per poi trasferirsi in Irpinia.
ROCCO NIGRO

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