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Bari

Drogati di slot machine
ecco i nuovi barboni

l'indagine

Drogati di slot machine  ecco i nuovi barboni

di Antonella Fanizzi

BARI - Antonio in un centro scommesse si è giocato tutto: la liquidazione che gli ha dato l’azienda quando l’ha licenziato, la piccola casa di proprietà, l’amore della moglie, ormai ex, e dei figli. Per qualche mese ha caricato e scaricato le casse ai mercati generali, ma quei pochi spiccioli racimolati all’alba sono diventati il gruzzolo da reinvestire nella fortuna, con la convinzione che soltanto la dea bendata avrebbe potuto restituirgli quello che la vita all’improvviso gli ha tolto.

Così non è stato. Antonio, 52 anni, è finito in mezzo a una strada, si è costruito un letto di cartoni, ha vagato fra la stazione e i portoni dei palazzi fino a quando ha deciso di cercare riparo in uno dei dormitori attrezzati dal Comune.

Antonio è una delle 550 persone senza fissa dimora, protagoniste di una rilevazione, la prima in assoluto, effettuata dagli uffici del Welfare in collaborazione con la rete cittadina per il contrasto alla grave emarginazione degli adulti.

I numeri raccontano purtroppo di un fenomeno in crescita. A chiedere aiuto alle istituzioni non sono soltanto gli immigrati, il 52% del totale, ma tanti italiani, soprattutto baresi. I senzatetto sono i drogati delle slot machine e gli alcolisti, gli uomini con più di 45 anni che si sono bruciati la dignità e gli affetti con i gratta e vinci e davanti alle macchine mangiasoldi, spesso nascoste all’interno dei bar. Non deve perciò stupire che il passaggio successivo, per tanti, è stato quello di cercare conforto nella bottiglia.

Per arginare il problema delle dipendenze, dal gioco d’azzardo e dall’alcol, il Comune sta per attivare due unità di strada: dalle 18 alle 2 della notte fuori dai centri scommesse e nelle piazze della movida gruppi di esperti avranno il compito di agganciare i ragazzi e i giovani adulti, attirati dal fascino del guadagno facile.

La sfida è quella di prevenire la ludopatia, che il più delle volte riduce sul lastrico i malati delle scommesse, e che si traduce in un costo sociale per la collettività. La prevenzione è l’unica arma utile a evitare che i nuovi poveri e le persone fragili prima o poi vengano rifiutati dalle famiglie d’origine e si trasformino in barboni.

Per dare un nome e un volto a questo esercito di disperati e per farli uscire dalla condizione di invisibili, l’assessorato al Welfare ha promosso una indagine sui senza fissa dimora: in 150, ospiti delle strutture pubbliche o comunque in contatto con le associazioni di volontariato e con le cooperative del terzo settore, ha risposto a un questionario. I senzatetto sono uomini (85%), in buona parte africani o comunque stranieri (52%). Il 77% degli immigrati ha meno di 34 anni, il 65% degli italiani, fra cui i baresi, ha invece più di 45 anni. Il 24% del totale ha dichiarato di essere in possesso di un diploma di scuola superiore, ma il 13,5% non ha nessun titolo di studio.

Il 93% degli intervistati ha affermato di vivere da solo: nel 58,4% dei casi si tratta di persone non sposate, soprattutto tra gli stranieri; il 43,6% ha figli che vivono con l’ex partner oppure nel 18,5% dei casi ha figli autonomi e adulti o ancora nell’11% i figli vivono con altri familiari. Frequenti anche i casi dei figli in affidamento (10,8%).

La perdita di un lavoro stabile o la difficoltà economica (21,7%), insieme alla separazione dal coniuge e dai figli (15,4%), si conferma anche per la nostra città uno degli eventi più rilevanti del percorso che conduce a un progressivo isolamento. Una buona parte delle persone senza dimora di Bari (il 63,7%) viveva nella propria abitazione prima di finire per strada. Il 63% degli intervistati ha dichiarato di avere un lavoro, prevalentemente riferito a occupazioni poco sicure e saltuarie (stagionali in campagna, pulizie, facchino, parcheggiatore abusivo). La maggior parte ha anche sostenuto di essere alla costante ricerca, dal almeno tre anni, di un lavoro, ma invano. Il guadagno medio mensile dichiarato è di 235 euro, ma il 28,6% dice di guadagnare meno di 100 euro al mese. Soltanto il 26% ha affermato di aver avuto in passato un lavoro stabile, terminato per licenziamento o per la chiusura dell’attività.

Oltre l’80% dice di aver avuto almeno un contatto con i servizi sociali del Comune nel corso degli ultimi dodici mesi, mentre il restante 20% è formato da persone perlopiù di passaggio sul territorio cittadino. Per l’accesso ai servizi sanitari la percentuale scende al 48%.

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