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La mafia fa il verso a Equitalia
pretende le tasse dai ladruncoli

Gli introiti di furti e scippi frutterebbero ai clan una quota dal 5 al 20 per cento

La mafia fa il verso a Equitalia pretende le tasse dai ladruncoli

Luca Natile

L’imposta della camorra sul reddito criminale della persona fisica. Abbreviata con l’acronimo Icrpef, è un tributo obbligatorio, che ora si sa oscillerrebbe tra il 5 e il 20 per cento, che la cosiddetta criminalità comune è costretta a versare nelle casse delle famiglie di malavita iscritte all’anagrafe del crimine organizzato, in grado di esibire un vero «blasone mafioso».

Si tratta di una imposta diretta, personale e progressiva che rappresenta una delle voci di entrata del bilancio della camorra barese su quella che potremmo definire la microcriminalità (che poi così micro a Bari non è mai stata).

Nel calcolo della consistenza di questo prelievo coattivo da coloro che prevalentemente vivono di furti in appartamento (filone aureo inesauribile) e rapine (meglio se a banche, supermercati, stazioni di servizio e farmacie) incidono diversi fattori. C’è infatti una specie di quota fissa, una tassa che abilita allo svolgimento dell’esercizio professionale («tu paghi e io ti consento di rubare, scippare e fare rapine nel mio quartiere») e una percentuale variabile applicata secondo il principio della controprestazione, cioè come corrispettivo per un servizio offerto dall’ente malavitoso: la protezione («tu paghi, io ti proteggo»).

Insomma una specie di Fisco in nero, imposto da uno Stato parallelo creato dalle famiglie mafiose baresi.

L’aliquota dipende dalla consistenza del «bottino» e oscilla tra il 5 e il 20%. A spartirsi la torta sarebbero una decina di clan: i Parisi a Japigia, i Capriati a Bari vecchia, i Telegrafo al San Paolo, i Mercante al Libertà, i Diomede nella zona Carrassi-San Pasquale, i Di Cosimo-Rafaschieri a Madonnella e gli Anemolo a Poggiofranco. Poi ci sono i Di Cosola a Ceglie e Carbonara. Gli Strisciuglio rastrellerebbero a Libertà, Carbonara e San Paolo.

Un prelievo che rappresenta uno degli strumenti attraverso i quali le famiglie di camorra esercitano il controllo del territorio. Le conferme sull’esistenza di questo perverso regime tributario sono giunte per la prima volta dalle indagini della Squadra mobile su una serie di agguati e ferimenti al quartiere San Paolo tra il 2013 e il 2014. La conferma ulteriore è arrivata dall’inchiesta sul furto (bottino da 500mila euro) in casa dell’avvocato Massimo Navach. In carcere sono finiti Gennaro Urbano, 67 anni, del Libertà, Domenico Ottomano, 51, di Noicattaro, e Nicola Altieri, 49, anni, del quartiere San Pio. Dall’inchiesta emerge che la mala del Libertà ha chiesto alla piccola banda una dazione proporzionata all’entità del colpo. Gennaro Urbano e Domenico Ottomano ne parlano in una conversazione registrata dagli investigatori. Urbano, che teme i metodi violenti del clan, oltre che le pretese in denaro, dice all’amico e presunto complice, che è già stato contattato: «Devi pensare come ti devi salvare il culo se ti chiamano, che quello ha fatto il nome tuo...”vedi che la storia è così”...quelli iniziano a dare le pistole in testa, li conosco io...gli ho detto “va beh e quest’altro deve essere tutto...chi l’ha fatto questo?..che ne so io chi l’ha fatto?”». Poi si premura di concordare con Ottomano una versione di comodo per far apparire di essere estraneo alla rapina. «Devo dire solo le cose che mi sento di dire per sbilanciare il fatto, certo non vado a dire ad altri quello che è successo...però mi da fastidio che un altro mi deve venire a giudicare...io posso essere giudicato da un giudice, ma non che vieni tu delinquente come me, mi vieni a giudicare».

Ottomano risponde proponendo di affrontare l’intermediaro del clan e comunicare l’esistenza di introiti molto più modesti di quanto riportato sui giornali. Spiega: «Vuoi vedere che glielo vado a dire “che quindicimila abbiamo trovato, cosa avete capito...”».

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