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di Carmela Formicola e Gianluigi De Vito

BARI - Le chianche annerite di Piazza Federico II di Svevia sono la firma di una notte di paura. Alcune bottiglie incendiarie sono state scagliate nella notte tra giovedì e venerdì contro le casette in legno riunite per ospitare teatro di marionette e cartoni animati in dvd, su uno dei lati del Villaggio di Babbo Natale. Le fiamme vere non hanno devastato più di tanto, perché il Villaggio è vigilato e il branco del raid ha scelto la toccata e fuga senza accanirsi, dopo le molotov.

Si cerca di decifrare i codici del gesto e di incastrarli nel mosaico violento che ha come teatro luoghi chiave di Barivecchia per capire se ci sia da mettere in preventivo un atto terzo nella Guerriglia dei Mercatini, dopo le molotov e gli atti di teppismo, attribuito a piccoli boss in crescita, a Piazza Chiurla. E soprattutto gli investigatori lavorano per capire se esista un nesso tra i raid e la presenza nella città vecchia di Tonino Capriati. Una fonte istituzionale conferma che il boss è riuscito ad ottenere dal giudice del tribunale di sorveglianza un permesso per motivi familiari che gli ha consentito di lasciare temporaneamente il carcere. Si fa strada allora l’ipotesi che qualcuno abbia voluto esibirsi in prove muscolari, dimostrando al boss di essere capace di mantenere fede al patto per cui non deve cadere foglia a Barivecchia che il clan non voglia. Ipotesi, solo ipotesi.

Un ex poliziotto passato a fare un altro mestiere, dopo aver trascorso anni di servizio nel dedalo delle famiglie della città vecchia, accetta di fare due chiacchiere in cambio della garanzia dell’anonimato: «La delimitazione del territorio da parte della malavita di Barivecchia è palese. La verità è che non si riesce ancora ad affermare una cultura diversa dalla logica della forza e del controllo di un certo tipo, mentalità che poi viene trasmigrata nelle piccole generazioni. Non è il minorenne delle babygang, che si nutre di questa anticultura, il vero problema. Piuttosto bisogna capire chi ci sia davvero dietro le molotov e dietro le devastazioni a piazza Chiurlia. E la vera domanda da farsi è perché i mercatini di Natale dell’amministrazione comunale sono stati percepiti con estraneità da certi ambienti di Barivecchia?»

Due ragazzi che attraversano la piazza addobbata a Villaggio sono diretti in Cattedrale. Provano a dare una risposta alle domande e sorridono amaro: «Barivecchia è casa loro. Lo spaccio non va in vacanza e non può permettersi di cambiare orari, modalità o presenze estranee».

«Il Villaggio non dà nessun problema», smentisce un nonno col cellulare pronto a fotografare il nipotino davanti al gonfiabile di Babbo Natale. Spiega il motivo della sua certezza: «Io vengo spesso qui e per i commercianti della città vecchia, già ridotti male dalla crisi, avere gente è solo un fatto positivo. Lì ci sono le signore che vendono orecchiette, lì c’è la mitica Marietta delle sgagliozze e lì i bar, negozietti e locali. Avere gente in più che passa è solo un bene».

Uno degli allestitori del Villaggio riferisce l’esito della chiacchierata del sindaco Decaro con alcuni residenti, fatta poche ore dopo le molotov: «Non è roba di Barivecchia, hanno detto a Decaro». Beh, e che altro avrebbero dovuto dirgli? E aggiunge: «Siamo qui dal 10 dicembre. Ho trovato i commercianti della zona sempre disponibili anche a darmi una mano quando c’era da contenere qualche ragazzino più maleducato di altri».

Ma c’è un’altra voce circolata dopo l’attentato: un gesto maturato nel giro delle società della vigilanza non armata. Uno dei vigilanti in servizio al Villaggio sorride: «È una fesseria. E perché mai gettare le molotov ad appalto già perso? In questo settore ci conosciamo tutti e nessuno si mette contro nessuno. Per essere autorizzato a svolgere questo tipo di servizio non puoi permetterti nessun passo falso, sei continuamente monitorato in Prefettura».

Il Villaggio di Babbo Natale funziona eccome. È un angolo di gioco che scatena sorrisi nei bambini che si fanno tatuare fiocchi di neve sulle mani o prendere in braccio dagli elfi, tra popcorn e castagne venduti da una coppia di giostrai di Mola. Alle sei del pomeriggio è già animato. Di sera, c’è folla come quella della domenica mattina.

Ma a piazza Chiurlia lo scenario è desolante. Sette di sera: le forze dell’ordine, otto uomini e una poliziotta locale, sono di più degli artigiani delle casette. Che battono chiodo. Dagli archi che segnano l’entrata o l’uscita dalle splendide viuzze, i rivoli di famiglie, turisti e barivecchiani s’ingrossano. Ma sono davvero pochissimi quelli che si fermano per sbirciare gli oggetti in vendita. Polizia, carabinieri, Esercito. «La gente si avvicina e ci ringrazia dicendoci di sentirsi sicura. Ha un effetto importante la nostra presenza, e anche i turisti ci dicono di avere una buona immagine di Bari». Ma le devastazioni dei ragazzini terribili del quartiere sono una pillola amara non del tutto ingoiata. Perché piazza Chiurlia non è come le altre aree del «divertificio», cedute alla movida chissà a quali condizioni sotterranee. No Piazza Chiurlia è il portone d’ingresso e di uscita di Barivecchia. Nel bene. Nel male. E «portinai estranei», evidentemente, non sono graditi. Ma nessuno a Palazzo di Città ha voglia di abdicare: la città, le sue feste, i suoi simboli, non sono dei clan. E nemmeno il boss ha interesse a scatenare rumore per nulla.

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