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ECONOMIA

Le nozze a stelle e strisce
turbano Nuovo Pignone

I sindacati: c'è certezza solo fino alla metà del prossimo anno

Le nozze a stelle e strisce turbano Nuovo Pignone

di Gianluigi De Vito

BARI - Né calici alzati né sguardi sottomessi. Circola veloce tra i sindacalisti la notizia delle nozze, tutte in salsa americana, tra General Electric (Ge) e Baker Hughes. E questo perché il matrimonio chiama in ballo i 285 che lavorano nello stabilimento «Nuovo Pignone» di Modugno, un sito d’eccellenza mondiale nel comparto delle pompe estrattive, valvole e sistemi per l’energia.

Le prese di posizione sono sospese, ma non le analisi. Per tornare alla notizia, «la statunitense General Electric, una delle maggiori società americane presenti a livello internazionale e operante in diversi comparti, fra cui quello energetico, annuncia la fusione delle sue attività oil&gas con la Baker Hughes, un big player texano da 22 miliardi di dollari di fatturato che opera nei servizi per il settore petrolifero. Il valore dell’operazione è stimato in 30 miliardi di dollari», scrive sulla Gazzetta Federico Pirro, docente di Storia dell’Industria nell’Università di Bari. «Gli effetti in Italia saranno rilevanti. Dovrebbe scomparire il marchio “Nuovo Pignone”, l’antica fonderia fiorentina che era stata salvata da Enrico Mattei nella prima metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, su richiesta dell’allora sindaco di Firenze Giorgio La Pira, e posta sotto il controllo dell’Eni che ne aveva detenuto il pacchetto azionario sino al 1994 quando poi la società era stata acquisita dalla statunitense General Electric», analizza Pirro. E in un altro passaggio, il docente universitario mette la lente sia sui processi di produzione raggiunti a Bari sia sugli effetti nell’indotto: «La fabbrica di Bari ha generato nel tempo anche un qualificato indotto fornito da aziende, fra le quali spiccano il Gruppo Tecnomec di Grumo Appula, la Omp di Minervino Murge e la Bellino di Modugno. Anche l’ex Bari Fonderie Meridionali forniva fusioni al Nuovo Pignone sin quando quello stabilimento non è stato assorbito da Rfi del Gruppo Ferrovie dello Stato».

Che cosa verrà scritto, allora, nella pagina nuova che il capitolo Ge-Baker Hughes dedicherà a Bari?

L’analisi di Pino Gesmundo, segretario generale regionale della Cgil, è schietta: «Rispetto a questi processi che riguardono multinazionali, che dal loro punto di vista inseguono i loro interessi, c’è bisogno di una concertazione che va oltre il territorio perché siamo davanti a scelte di mercato globali. Sono dinamiche che necessitano anche di una attenzione forte da parte di chi ha le leve delle politiche industriali nazionali perché qui si fa fatica dover interloquire con aziende di questo calibro». La prima preoccupazione, dunque è se e quando saranno fornite rassicurazioni al governo Renzi, e a quelli regionali, sullo sviluppo di Nuovo Pignone sia negli stabilimenti strategici di Bari e Firenze, sia in quelli di Vibo Valentia e di Massa Carrara. E Gesmundo si chiede preoccupato: «Esiste una politica industriale del Paese oppure è lasciato tutto alle aziende che decidono dove investire in base agli incentivi che i territori mettono a disposizione? La Puglia rischia di pagare lo scotto di una politica di investimenti che, sia pure incentrata nella volontà politica su aziende che hanno investito in termini d’innovazione e ricerca di prodotto e di processo, ha dovuto comunque fronteggiare una crisi che nel Mezzogiorno è stata più violenta che nel resto del Paese, costringendo i soggetti sociali in campo, dalla politica al sindacato, a fare politiche difensive in termini occupazionali investendo anche importanti risorse pubbliche. Siamo a un giro di boa in questa fase, rispetto alla necessità di dover ponderare con attenzione gli investimenti da mettere in campo, non trascurando la prospettiva degli investimenti e il valore delle aziende e delle produzioni sulle quali investire».

Le fusione Ge e Baker Hughes è un bicchierè pieno a metà. La parte piena invita all’ottimismo: l’operazione è un rafforzamento su un mercato petrolifero segnato negli ultimi tre anni dal crollo del prezzo del petrolio e dalla conseguente flessione degli investimenti. La metà vuota del bicchiere, invece, la legge, senza per questo creare allarmi, il segretario generale della Fim Cisl di Bari, Gianfranco Micchetti: «Considerato che negli ultimi anni si sono persi nel settore 30 miliardi di investimenti, con il prezzo del petrolio al di sotto di 50 dollari e con il riposizionamento di nuovi competitor nel mercato globale, bisogna mantenere il livello di guardia abbastanza alto. Operazioni di questa natura che impattano sulla vita lavorativa dei lavoratori circoscrivono il livello di autonomia delle scelte imprenditoriali, tant'è vero che siamo preoccupati per la seconda metà del 2017. Ad oggi abbiamo una visibilità limitata fino a metà dell'anno prossimo». Cauto anche Saverio Gramegna, segretario generale della Fiom Cgil di Bari: «Non abbiamo mai avuto comunicazioni ufficiali su questa operazione».

ha collaborato Leo Maggio

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