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welfare in affanno

Bari, assistenza ai disabili
in tilt senza la Provincia

Il caso degli assistenti specialistici e l'ingorgo burocratico

Bari, assistenza ai disabili in tilt senza la Provincia

di FRANCESCO PETRUZZELLI

BARI - «I servizi alla persona non possono essere programmati partendo da una mera revisione della spesa». Oggi elegantemente chiamata «spendingreview». Rosanna Lallone, dirigente in pensione da qualche settimana – per anni ha guidato gli uffici Politiche Sociali di quella che fu la Provincia di Bari per poi diventare Città Metropolitana - lancia un monito chiaro: «Questi ragazzi e le loro famiglie non vanno lasciati soli». La storia è quella degli assistenti specialistici, figure essenziali per gli studenti con disabilità che frequentano gli istituti superiori, e che, complice la riforma delle Province, si ritrovano in un ingorgo burocratico: ritardi nei pagamenti e nessuna certezza sulle prossime destinazioni. Un caso, con in ballo circa 380 educatori, raccontato nei giorni scorsi da LaGazzetta di Bari.

Dottoressa, lei ha visto praticamente nascere questo servizio di supporto scolastico ai ragazzi disabili.

«Sì. Questo servizio nasce nel 2002 da una programmazione partecipata tra le famiglie e le associazioni. Perché un welfare senza l’ascolto dei bisogni non va da nessuno parte. Oggi invece assistiamo a dei servizi pubblici che vanno ad appannaggio del pubblico senza coinvolgere le realtà di base e che quindi assumono un carattere verticistico».

Abolita la Provincia, ora le procedure sono tornate in capo alla Regione Puglia.

«Sì. E proprio l’allegato tecnico redatto dalla Regione contiene criticità: gli assistenti specialistici vengono solo riconosciuti ai ragazzi con gravi disabilità, quando invece i maggiori benefici li otteniamo con gli studenti con media e lieve disabilità. Un dato che disattende la legge nazionale (il decreto legislativo del ‘98) che infatti prevede non solo l’assistenza per i ragazzi con disabilità ma anche per quelli con disagio economico e comportamentale. E ora invece che si fa? Si eliminano alcune fasce in nome della riduzione della spesa. Le dirò di più».

Prego.

«Sempre con questo allegato viene introdotto il rapporto di un educatore ogni due studenti. Vorrà dire che un ragazzo avrà solo sei ore di affiancamento perché l’educatore ha un limite di dodici ore complessive. Ciò significa limitare anche le attività extrascolastiche perché la figura dell’assistente specialistico nasce proprio per accompagnare lo studente verso il rapporto con l’esterno, al di là della sua scuola. Anche solo per insegnarli a fare la spesa, a scoprire il suo quartiere, a visitare una mostra. Bene, oggi la Regione ci dice che riconosce il servizio solo per le ore scolastiche snaturando di fatto l’impianto. Sono preoccupata».

In questi giorni gli assistenti specialisticisono nuovamente in agitazione.

«Io sono sicura che il servizio riprenderà nei primi giorni di novembre, ma partirà con il piede sbagliato. Ci sono troppi paletti. E lo ripeto: i servizi alla persona non possono essere mera revisione della spesa».

Non da meno la preoccupazione delle famiglie.

«Infatti, basterebbe parlare con loro per capire l’importanza del servizio. In questi anni abbiamo visto famiglie rinascere perché vivevano la disabilità del figlio come una condanna o una tragedia. Hanno imparato a leggere il linguaggio spesso non verbale del figlio disabile. Ho visto genitori che si sono riconciliati perché prima litigavano sui trattamenti da adottare. E ho visto tantissimi ragazzi, soprattutto autistici, tornare a vivere. Ne conosco uno che si è iscritto all’università, si è poi laureato e non ha mai perso i contatti con gli educatori e con altre figure essenziali, come gli insegnanti di sostegno. Parliamo di professionalità che nel loro lavoro ci mettono non solo competenza, ma soprattutto amore. Gli educatori insomma sono l’anello di collegamento, i facilitatori della comunicazione di ogni ragazzo con l’ambiente circostante».

Ma poi bisogna pensare anche al dopo, a quando il ciclo di studi termina.

«Esatto. Per tre anni abbiamo infatti creato “Non più soli”, un progetto a costo zero che ha tenuto insieme famiglie, educatori e ragazzi. Per capire i loro desideri. Abbiamo scoperto un universo bellissimo: ragazzi gravissimi ma con talenti inespressi; alcuni volevano cantare, altri volevano dipingere. E grazie al collocamento mirato c’è chi ha persino trovato un lavoro e adesso lavora in un maneggio perché ha scoperto di amare gli animali e i cavalli».

Insomma dottoressa, le tanto vituperate Province assicuravano servizi essenziali. Ridotti i costi della politica, sono stati ridotti anche i fondi per altre funzioni.

«La riforma Delrio ha mandato in sofferenza i nuovi enti. Le Province erano sì un corpo intermedio ma riuscivano a far fronte a tanti settori, come servizi sociali, edilizia scolastica, trasporto per i disabili. Tutte funzioni che adesso né i Comuni e né le Regioni sono in grado di sostenere in nome di questa revisione della spesa. E mi chiedo: con questi tagli quali benefici otterremo?».

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