Mercoledì 16 Gennaio 2019 | 23:40

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MASSIMILIANO SCAGLIARINI
BARI - Mentre era titolare di assegno di ricerca con l’Università di Bari avrebbe svolto attività professionale incompatibile, senza chiedere l’autorizzazione del rettore. Per questo ora la Procura di Bari sta valutando se chiedere il rinvio a giudizio della dottoressa Monica Bruno, 45 anni, cui il pm Francesco Bretone ha fatto notificare un avviso di conclusione delle indagini in cui si ipotizza il reato di truffa ai danni dello Stato. Bruno è la studiosa che lo scorso anno, con le sue denunce, ha fatto aprire un procedimento penale sul concorso per un posto da ricercatore in diritto commerciale presso la sede di Taranto della facoltà di Economia, procedimento che non si è ancora concluso per quanto anche nel troncone rimasto di competenza del Tribunale jonico sia stata chiesta l’archiviazione per gli ultimi 4 imputati. Ma proprio dalla denuncia del concorrente della Bruno nel concorso oggi congelato, l’avvocato tarantino Giuseppe Sanseverino, sono partite le indagini a Bari che Bretone ha delegato ai carabinieri.

Partendo dalle intercettazioni che la stessa Bruno ha effettuato con un registratore nascosto - e che facevano parte del primo fascicolo, quello sul concorso - i militari hanno acquisito in Università le autocertificazioni prodotte dalla donna, e si sono recati anche presso il Tribunale di Taranto dove hanno sequestrato gli incarichi che la professionista, iscritta all’ordine dei commercialisti, ha svolto su ordine dell’ufficio Gip. È per questo che la Procura ritiene che la Bruno abbia violato il regime di esclusiva previsto dal suo contratto di ricerca.

Ma nel fascicolo penale è confluito pure un parere espresso, su richiesta dell’Università, dall’Avvocatura dello Stato di Bari proprio a proposito dell’attività professionale svolta in costanza di contratto. Un parere pesantissimo che parla di «malafede nell’esecuzione del contratto in questione», visto che la Bruno «come risulta dagli stralci delle conversazioni telefoniche acquisite in atti, ha espressamente ammesso di svolgere attività libero-professionale incompatibile, ancorché celandosi presso lo studio di altro professionista». In base a quel parere, peraltro, il 17 novembre l’Università ha risolto «ex tunc» i due contratti di ricerca stipulati con la Bruno nel 2007 e nel 2009: agli atti mancherebbero le relazioni conclusive dell’attività.

«La dottoressa Bruno - dice l’avvocato Michele Laforgia, che la difende insieme al collega Antonio Raffo - ha reso un interrogatorio nel corso del quale ha depositato una memoria ed ha chiarito la propria posizione. Trattandosi di incarichi professionali assegnati dal magistrato, quella attività è obbligatoria per il professionista. È lo stesso parere dell’Avvocatura dello Stato, peraltro, a confermare che l’attività di ricerca per l’Università è stata effettivamente svolta. Non è al ricercatore che spetta depositare le relazioni finali, bensì al suo tutor». Elementi che dovranno essere ora valutati dalla Procura di Bari.

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