Martedì 19 Febbraio 2019 | 11:26

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di LUCA NATILE

BARI - Le rivelazioni dei pentiti aprono uno squarcio nel muro di omertà che fino ad oggi ha protetto la criminalità organizzata di tre quartieri Carrassi, Poggiofranco e San Pasquale regno di quella che potremmo definire una malavita organizzata di secondo livello, rispetto al primo livello occupato dai clan con tanto di «pedigree» mafioso: Di Cosola, Strisciuglio, Parisi.

Le dichiarazioni di Giuseppe Simeone, 33 anni, per sua stessa ammissione affiliato con il grado mafioso di «sesta» alla storica «famiglia» dei Diomede-Mercante, presunto mandante dell’omicidio del ventunenne Cristian Midio , suo ex «picciotto», passato insieme ad altri tra le schiere del gruppo Anemolo, stanno spingendo gli investigatori a puntare la lente di ingrandimento su tre rioni attraversati da nuovi fermenti in grado di rimettere in moto dinamiche sopite. Tornano al centro dell’attenzione gli Anemolo e i Diomede, «nomi di rispetto», che hanno fatto la storia criminale di quei quartieri.

L’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia, condotta dalla Squadra mobile, diretta dal primo dirigente Luigi Rinella, sta ridefinendo il quadro dei rapporti tra gruppi malavitosi, le gerarchie ed i compiti interni a ciascun gruppo. Si scopre così, ad esempio, sulla scorta delle dichiarazioni dei pentiti, che gli affiliati delle famiglie, avevano il dovere e l’obbligo di riconoscere al «capobastone» una provvigione sul bottino racimolato, ad esempio con una rapina. È lo stesso Simeone che lo spiega al giudice delle indagini preliminari Giovanni Abbattista durante l’udienza di convalida dopo il suo fermo: «Alla fine - racconta riferendosi al capintèsta del rione - se gli davi 100 euro, ti faceva fare le rapine, per esempio, in tutta Bari, il gruppo suo e non dava fastidio...».

Un contributo a fondo perduto di 100 euro per esercitare la professione di rapinatore. Cento euro per un nullaosta, il via libera rilasciato dalla massima autorità criminale del rione. Non basta. Nell’interrogatorio davanti al magistrato antimafia Roberto Rossi e al pubblico ministero Giuseppe Dentamaro è ancora Giuseppe Simeone a descrivere quello che accade nel mercato comunale di Carrassi dove la presenza dei clan si rivela fin troppo ingombrante al punto che le due fazioni, Anemolo e Diomede, si contendono il controllo delle estorsioni, in particolare sulla piazza coperta.

«Quale piazza? - spiega il nuovo collaboratore di giustizia - la piazza di Carrassi, di fronte al carcere minorile, quello coperta. Il locale commerciale che sta all'interno della piazza, quello era gestito da... , questo fa le buste, cose così, in mezzo alla piazza, che dà sempre la parte a tutti i mafiosi, se sta uno, la dà quello, se sta l'altro, la dà quello. E là sapevo che prendevano 100 euro alla settimana come lasciapassare i Diomede, poi uscì uno degli Anemolo, e tolse ai Diomede anche quel locale, dicendo che quella attività commerciale sarebbe stato lo stipendio per i figli, che lo disse anche a me. Un giorno, parlando, dissi: “Scusa, fammi capire una cosa: e quel locale?”. Fece: “No, no, quello, l'ho preso per i miei figli, sai, per... che non lavora, per una loro” ed io dissi: “Va bene, se è così, uno stipendio per loro!”».

Ancora dinanzi al Giudice delle indagini preliminari emerge che a Carrassi : «....in media, si richiedeva, garantendo la “protezione”, 100 euro a settimana ai commercianti ed ai titolari di bar della zona e 10 euro a settimana ai gestori delle bancarelle presso il locale mercato pubblico..».

I detective della sezione Criminalità organizzata della Mobile, guidati dal vice questore aggiunto Filippo Portoghese per l’assassinio di Cristian Midio, hanno arrestato oltre a Giuseppe Simeone, anche gli autori materiali del delitto Danilo Siciliani e Nicola Angiola. L’«ammazzatina», sarebbe scaturita, stando alle ammissioni dei pentiti, da una vendetta voluta da Vincenzo Anemoloper punire Franco Diomede, colpevole a loro dire di aver aggredito verbalmente la moglie di uno dei suoi accoliti.

I soggetti chiamati in causa, però, attraverso i loro avvocati Nicola Martino e Carlo Russo Frattasi , hanno escluso ogni loro coinvolgimento spiegando che non «sono mai state ragioni di attrito connesse a una presunta diatriba o aggressione verbale, atteso che tale vicenda non ha mai avuto luogo». Hanno inoltre ribadito la loro assoluta estraneità all’omicidio.

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