Giovedì 17 Gennaio 2019 | 07:44

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«Ma se ospito un migrante a quanti soldi mi date?» Ecco chi ha provato a lucrare

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FRANCESCO PETRUZZELLI
BARI - Da una parte i cuori generosi, dall’altra potenziali affaristi, pronti sì ad ospitare migranti a casa propria ma a patto di ottenere qualche non meglio specificato – e fantomatico – contributo o rimborso. «E le spese di acqua e luce?. E per il vitto? E per l’alloggio e gli indumenti?» sono le domande spesso ricorrenti al centralino che sta raccogliendo le prime richieste di informazioni. A questo punto non proprio del tutto disinteressate e in barba agli appelli pastorali di Papa Francesco: spalancare le porte ai rifugiati.

Succede anche questo nel programma «Essere comunità» inaugurato tre settimane fa dal Comune: coinvolgere i cittadini nell’emergenza migranti con la possibilità di trasformare gratuitamente le proprie abitazioni o le seconde case in strutture, momentanee, della seconda accoglienza per ospitare coppie, minori o singoli rifugiati. I cittadini interessati possono infatti compilare un modulo di adesione sul portale istituzionale del Comune e mettersi in lista per un colloquio motivazionale. Ma qualche cittadino ha evidentemente travisato la portata solidale dell’iniziativa, basata sul mero volontariato senza scopi di lucro, e così alla fine ha desistito quando gli operatori della Gea, la cooperativa che gestisce il programma di accoglienza familiare, hanno spiegato che «non è previsto alcun compenso» per dividere un pasto caldo e un tetto.

«L’iniziativa è completamente gratuita, non ci sono rimborsi di alcun tipo, ma si basa tutto sul volontariato e sulla solidarietà – precisa l’assessore al Welfare Francesca Bottalico -. Solo per i minori stranieri non accompagnati, come succede per il normale affido, ci sono i rimborsi per le spese didattiche e sanitarie. Sicuramente – assicura - alla fine ci sarà una selezione naturale perché resteranno solo le famiglie che davvero hanno voglia di ospitare un migrante».

Perché fortunatamente si sono fatti avanti anche nuclei familiari e singoli cittadini pronti a spalancare le porte di casa propria senza nulla in cambio. Sono infatti 17 le famiglie che in queste ore stanno affrontando i colloqui motivazionali con educatori, assistenti sociali e piscologici. In molti casi si tratta di slanci di solidarietà da parte di soggetti già inseriti da anni nella rete del volontariato, in altri invece di persone che avvertono la solitudine e che vorrebbero riempire le stanze vuote di casa propria con il sostegno a ospiti bisognosi. «Tutti i casi – prosegue l’assessore – saranno costantemente monitorati e seguiti. Sia la famiglia, sia l’ospite avranno precisi diritti e doveri». Un sistema per evitare magari accoglienze improprie come nel caso del migrante che da ospite diventa badante o collaboratore domestico. Gli stessi operatori infatti dovranno monitorare attentamente il contesto familiare per evitare situazioni spiacevoli e sviluppi insoliti. La permanenza nelle famiglie potrà variare da un minimo di sei sino a un massimo di 12 mesi. E si tratterà non di migranti arrivati con l’ultima ondata di sbarchi, ma di uomini e donne che stanno completando il proprio percorso di integrazione dopo aver espletato le pratiche per l’ottenimento dello status di rifugiati. «Il nostro obiettivo – dice l’assessore Bottalico – è il recupero dell’autonomia dei migranti e la progressiva emancipazione dal bisogno dell’accoglienza». Gli affaristi quindi possono tranquillamente restare a casa.

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