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 BARI – Fra i commercianti di San Girolamo c'era un vero e proprio "blocco di timore" dovuto alla paura di ritorsioni e alla nota "pericolosità delle rabbiose reazioni nei confronti di chi non abbassava immediatamente la testa". Lo scrive il gup del Tribunale di Bari Antonio Diella nella motivazioni della sentenza con cui nel giugno scorso ha condannato con rito abbreviato a pene comprese fra i 13 anni e i 5 anni e 2 mesi di reclusione sei presunti affiliati al clan Lorusso.

Nella ricostruzione dei fatti, il giudice ricorda che "alcune vittime hanno inizialmente minimizzato o negato fatti ed episodi" proprio per "timore di ritorsioni da parte del gruppo criminale facente capo a Umberto Lorusso".

Il giudice analizza ogni episodio, sottolineando la "arrogante presenza sul territorio" dei presunti affiliati al clan, che stavano realizzando la "presa di possesso" dei quartieri San Girolamo, Fesca e San Cataldo attraverso una "potenza delinquenziale che bastava per far chinare la testa alle vittime".

"Le dinamiche estorsive ed intimidatorie – scrive il gup – si erano talmente diffuse che si era giunti ad una sorta di serrata dei negozi commerciali, i cui titolari avevano preferito abbassare le saracinesche dei loro esercizi per evitare che il gruppo reiterasse le sue intimidazioni e ponesse in atto azioni violente: una sorta di protesta per quanto stava avvenendo e di segnale di profonda sofferenza lanciato alla società e alle forze dell’ordine".

Stando alle indagini della Squadra Mobile, coordinate dal pm Antimafia Patrizia Rautiis e la cui ricostruzione viene condivisa dal giudice, la "mente" dell’associazione mafiosa e "mente" era Umberto Lorusso (condannato a 13 anni di reclusione) che aveva "fama di persona pericolosa e senza scrupoli, inserito in ambienti criminali organizzati, capace di colpire i disobbedienti o chi gli avesse mancato di rispetto anche senza muoversi da casa ma utilizzando gli uomini alle sue dipendenze".

Per i magistrati baresi "si comportava come se fosse lui il padrone" delle attività commerciali e dell’intero quartiere. 

Braccia operative del gruppo criminale sarebbero stati il fratello Saverio (condannato a 9 anni e 6 mesi), Giacomo Pappagallo (condannato a 8 anni e 2 mesi), Umberto Loseto (condannato a 5 anni e 8 mesi) e i due collaboratori di giustizia Sebastiano Armenise e Raffaele Petrone (condannati rispettivamente a 6 anni e 4 mesi e a 5 anni e 2 mesi), le cui dichiarazioni hanno consentito, insieme con le denunce delle vittime, di smascherare l’organizzazione.

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