Martedì 22 Gennaio 2019 | 20:16

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BARI - Quando lavorava alle Ccr indossava il camice bianco e andava in giro per i reparti a regalare caramelle ai pazienti. Un giorno accolse Savinuccio Parisi disperato: «Il nipotino aveva un cancro, stava morendo. Gli dissi: aspetta che ora ti faccio parlare con Cavallari». Qualcuno potrebbe dire che all’epoca Gennaro Caputo faceva una gran bella vita: quattro milioni di lire al mese, belle frequentazioni e un certo rispetto. Per molti era una delle persone più vicine all’allora presidente delle Case di cura riunite.

«Erano le 4 del mattino, più o meno, quando sentii bussare alla porta. Una decina di uomini, carabinieri del Ros, uno mi puntò contro la mitraglietta, altri immobilizzarono mia moglie e le mie figlie. Non lo dimenticherò mai».

Caputo è una delle persone finite nell’inchiesta sulle Case di cura riunite. Il primo arresto nel ‘94, il secondo nel ‘95 con l’accusa più consistente: associazione per delinquere di stampo mafioso. Cosa faceva alle Ccr? «Responsabile dell’ufficio tecnico», risponde. Di fatto era un perito tecnico industriale, si occupava di manutenzione. Con Cavallari lavora fin dal 1982, nella prima clinica di Santa Rita, in via Bottalico. Poi mette su la scuola privata «Kronos» per il recupero degli anni scolastici: grazie a una «leggina», chi aveva la quinta elementare usciva da Kronos con il diploma di maturità. Tra i «diplomati» molti vigili urbani e giocatori del Bari. Negli anni l’«impero» della sanità privata si allarga. E s’allarga pure Caputo.

«Sono stato sbattuto in carcere. Mi sono ammalato. Ho passato i guai. Ho perso tutto. E alla fine di questo calvario sono stato assolto».

Ah, lei è una delle tante assoluzioni dell’operazione Speranza?

«Sì»

Beh, ha avuto la sua soddisfazione.

«Non direi. Sono stato in cura al Sim, mi hanno messo un bypass, mi sono indebitato maledettamente. La mia vita è stata distrutta».

Ma se è stato assolto?

«E che c’entra? La giustizia in Italia è una barzelletta. Io ho chiesto pure il risarcimento danni per tutto quello che mi è stato tolto: soldi, salute, dignità».

Risarcimento? Quanto ha chiesto?

«520mila euro».

Glieli hanno riconosciuti?

«No, mi hanno dato 37mila euro».

Solo 37mila?

«Sì. Se poi ne toglie 12mila per l’avvocato, pensi quanto mi resta. A fronte di tutto quello che ho perduto. E non penso solo ai soldi. Io ho perso molte cose a livello umano».

Ad esempio?

«...»

Parliamo di Cavallari, lei era uno dei suoi più stretti collaboratori.

«Si. Lui per me era un idolo, aveva dato lavoro a oltre 4000 persone, aveva creato una sanità che funzionava, la dialisi, i trapianti...».

Ma?

«Beh, agli investigatori avrebbe potuto dire “Guardate che Gennaro Caputo non c’entra nulla”».

Vuol dire che l’accusa di associazione mafiosa le è stata contestata senza aver fatto mai niente di niente?

«Se Cavallari ha fatto delle cose le ha fatte con qualcun altro, non certo con me».

E non lo ha mai più rivisto dai tempi gloriosi delle Ccr?

«Sì, sì, lo incontrai un po’ di anni fa, non ricordo, 8 anni mi sembra. Dalle parti dell’hotel Sheraton».

Cosa vi siete detti?

«Io gli dissi che stavo inguaiato, che non avevo soldi, che stato male e avevo subito un’enorme ingiustizia».

Gli chiese un prestito?

«Sì, più o meno».

E lui?

«Mi disse che non c’erano problemi. “Vieni domani mattina”. Mi disse. E io andai».

E quanto le diede?

«Niente. Era partito per Santo Domingo».

Quindi di tutta la gente che ha frequentato negli anni d’oro, con tutti i favori che, stando ai suoi racconti, ha fatto qua e là, quando si è trovato lei in difficoltà è praticamente rimasto solo?

«Già. Posso dire l’unico posto dove ho ricevuto solidarietà vera?»

Ci mancherebbe.

«Il carcere. Io sono stato in carcere a Trani, la prima volta poi a Matera. In carcere c’è davvero gente per bene».

Cosa pensa della fine delle Case di cura riunite?

«Che qualcuno le voleva comprare. E ha fatto un affare».

Oltre agli anni d’oro lei ha vissuto anche la fase calante: ricordi particolari?

«Il commissario liquidatore. Mi disse: tu sei l’ultimo della stirpe. Te ne devi andare».

L’«ultimo della stirpe», alludeva alla «stirpe Cavallari»?

«Sì»

Quindi si sapeva che eravate molto vicini.

«Sì».

E, ad esempio, nessuno degli inquirenti le propose una «collaborazione»? Del tipo: dicci quello che sai di Cavallari e ti tiriamo fuori!

«Certo che sono venuti. Una volta in carcere, un’altra volta a casa. Mi dissero: ti offriamo la libertà su un piatto d’oro».

Cosa volevano che lei dicesse?

«Che confermassi che Savinuccio Parisi aveva dato 3 miliardi di lire a Cavallari».

Ed era vero?

«Non lo so. Cavallari disse di aver ricevuto un regalo da Parisi e che io ero presente. Ma non ero io, forse era qualcun altro».

Ma non era stato lei a presentare Parisi a Cavallari?

«Glielo presentai ma non lo conoscevo. Erano venuti alla Mater Dei Parisi e suo cognato per questo bambino malato di tumore, il nipote di Parisi. Io avevo il camice bianco, come sempre, e Parisi mi venne incontro e mi disse “Dottore, aiuto, siamo disperati”. Io gli dissi: non sono un dottore, ma aspetta che ora ti faccio parlare con Cavallari».

Quindi sapeva chi era?

«Lo conoscevo di nome. Ma lo aiutai perché mi fecero pena»

E Cavallari cosa fece?

«Mi disse di chiamare subito il nostro direttore sanitario e in pochi giorni mandammo il bambino a Parigi».

E fu salvato?

«In verità, tornati da Parigi li portai da Padre Pancrazio».

E chi è?

«Come chi è? È una persona straordinaria, un religioso famoso, all’epoca era in un convento a Terlizzi. Custodiva il crocifisso che fu di Padre Pio e faceva miracoli. Il bambino difatti guarì. E suo padre, il cognato di Parisi, decise di dissociarsi dal clan. Si è fatto 14 anni di carcere, come ringraziamento».

c.f.

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