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Università di Bari e parentopoli marito e moglie mai insieme

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di LUCA BARILE

BARI - Ci sono voluti gli interventi dei giuristi più intransigenti, dibattiti infuocati negli organi accademici, pareri di esperti ed interpretazioni tecniche. Ora è stabilito: mogli e mariti non possono lavorare nello stesso dipartimento. Esattamente come già stabilito per i figli con i padri, fratelli e cugini fino al quarto grado. Il vincolo di coniugio come causa di incompatibilità nelle assunzioni dei docenti, unico assente ingiustificato nella riforma Gelmini del 2011, è stato messo nero su bianco nel nuovo codice etico dell’Università di Bari.

Rispetto al vecchio risalente al 2007, il nuovo testo del 2015 allarga il campo di applicazione del divieto che prima era previsto solo per i parenti e per gli sposi che afferivano allo stesso settore scientifico. Insomma indipendentemente dalla materia, marito e moglie non potranno convivere nella medesima struttura. E lo stesso varrà, questa una novità assoluta, per i conviventi in modo stabile, il cui rapporto sia cosa notoria nell’ambiente universitario.

«Questo testo, del quale siamo molto soddisfatti, conferma la nostra linea sulle questioni etiche», commenta il rettore Antonio Uricchio, in carica da novembre del 2013 e fino al 2019. Il dibattito sul tema era iniziato l’anno scorso con l’intervento del professor Ugo Villani, presidente del collegio dei garanti dei comportamenti dell’ateneo pugliese. Il custode del codice etico aveva messo in luce la vulnerabilità del testo del 2007, in vista dell’imminente bando per il reclutamento di 31 docenti.

In lista, potenzialmente, c’erano molte mogli e anche mariti, che approfittando dell’omissiva Gelmini e delle aggirabili norme interne, si preparavano a un folto ricongiungimento familiare nei vari dipartimenti. «Era un testo ormai anacronistico» commenta Villani, che a sostegno dell’estensione anche ai coniugi dell’incompatibilità, aveva utilizzato una sentenza del Consiglio di Stato riguardante un caso registrato all’Università di Teramo. Dopo un dibattito interno non facile, infine gli organi accademici optarono per la linea Villani ed introdussero il divieto nei bandi di concorso.

«Adesso abbiamo un codice più chiaro nella formulazione – aggiunge Villani – e più efficace nei contenuti. C’è stato qualche tentativo – conclude il professore – non voglio dire se voluto o casuale, di ridimensionare le competenze dei garanti, ma alla fine abbiamo salvaguardato tutte le nostre funzioni». Al collegio compete ricevere le segnalazioni di presunte violazioni etiche ed avviare le procedure di contestazione. Che possono concludersi con un richiamo privato o pubblico, a seconda delle gravità dell’infrazione. «C’è necessità di aumentare l’efficacia del garante – dichiara Serena Defilippo, rappresentante degli studenti nel consiglio di amministrazione dell’ateneo barese (lista Studenti indipendenti) e implementare la componente studentesca nel collegio, ma soprattutto è necessario far conoscere a tutti gli studenti le garanzie a loro tutela, al momento dell’immatricolazione».

Il nuovo codice, approvato l’altro ieri dal senato accademico, approderà nel cda, per la ratifica, dopo averne recepito alcuni emendamenti. Il testo è stato curato da un gruppo di lavoro coordinato dal giurista Paolo Stefanì, del dipartimento jonico, insieme con il collegio dei garanti e l’osservatorio etico, composto dai professori Nicola Colaianni e Michele Mangini. Tra le disposizioni, è stato inserito l’obbligo per i docenti di utilizzare l’email ufficiale e fornire i propri recapiti. Insomma, di rendersi reperibili con i ragazzi. Ma anche di fornire i dati richiesti per le procedure di valutazione, importanti per la distribuzione dei finanziamenti pubblici: molti professori, avendo ignorato la prima Vqr (valutazione della ricerca), hanno contribuito a far calare il voto complessivo dell’Ateneo barese. Un richiamo all’etica, ma anche ai doveri piuttosto pratici.

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