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Le imprese agricole irregolari? La maggior parte è nel Barese

Le imprese agricole irregolari? La maggior parte è nel Barese
di GIANLUIGI DE VITO

BARI - Ci sono verità che rimangono nascoste, nella guerra ai caporali di Puglia, dopo i sei morti di un’altra estate di sfruttamento feroce. L’ultima indagine effettuata dalla Regione per verificare l’attuazione della legge regionale numero 28 del 2006, sulle aziende agricole che chiedono contributi economici europei, parla da sé. Ha riguardato un campione di 605 ditte che richiedono aiuti pubblici. Solo 181 opere nelle aree dove il caporalato e con esso il lavoro nero è più diffuso. È stata accertata una qualche irregolarità («incongruità») in 65 ditte, e cioè nel 10,74% del campione. Di queste 65 ditte, 54 sono ubicate nella provincia di Bari: il grosso dell’irregolarità, dunque, si concentra non in Capitanata né nel Foggiano, piuttosto nel Barese.

L’indagine riguarda ditte agricole che chiedono fondi europei. Ora, è ragionevole pensare che si tratti per la maggior parte di società per azioni, e cioè di realtà imprenditoriali che non hanno la dimensione di ditta individuale. Quanto all’irregolarità, «l’incongruità» è presto spiegata: si tratta di aziende che presentano scostamenti ingiustificati tra la capacità di produrre negli ettari dichiarati e la manodopera impiegata. Aziende per le quali, dunque, il sospetto che utilizzino lavoro nero e dunque caporalato è quanto mai forte.

Il rapporto produzione/manodopera è fissato in una tabella di indici: lo scontamento rivela un’incongruità e quindi fa scattare accertamenti e sanzioni, così come previsto dalla legge regionale 28.

Vito Pinto, ordinario di diritto del lavoro nell’Università di Bari, già consulente della Regione Puglia, si è occupato dell’attuazione della legge 28 del 2006. Spiega: «Il meccanismo alla base degli indici di congruità è piuttosto semplice poiché la quantità di lavoro necessario all’attività produttiva dipende strettamente dalla quantità di produzione che si intende realizzare. È sufficiente calcolare un attendibile indice statistico per verificare la congruità della manodopera impiegata da ciascun datore di lavoro rispetto allo scopo produttivo perseguito. In concreto, quindi, le imprese agricole che chiedono aiuti pubblici sono tenute a dimostrare la congruità della manodopera impiegata».

Gli indici non sono una gabbia blindata che strozza il mercato. Aggiunge, Pinto: «È previsto che il mancato allineamento agli indici di congruità non produca effetti automatici e che il datore di lavoro abbia la possibilità di giustificare lo scostamento (che può essere dovuto, ad esempio, alle particolari tecniche colturali adottate)». Se i meccanismi di legge fossero automatici, l’impatto sul mercato determinerebbe una strozzatura pericolosa soprattutto per le imprese che non reggono i processi di meccanizzazione. In realtà, la legge, partorita dall’allora assessore Marco Barbieri, durante il primo governo Vendola, non è mai andata giù alle organizzazioni di categoria, da Coldiretti a Cia e Confagri. E questo spiega forse perché l’irregolarità delle imprese agricole baresi, rimane una verità nascosta. Puntella il giuslavorista dell’università di Bari: accanto al controllo e alla repressione, la legge 28 del 2006 rimane uno strumento «molto più promettente di altri, quali i marchi etici, la cui funzione è nulla quando la produzione agricola è destinata all’industria di trasformazione, o quale quello dellla “Rete del lavoro agricolo di qualità”, istituita presso l’Inps e di cui si fa un gran parlare in questi giorni. In questo caso, l’iscrizione alla Rete serve soltanto a ridurre l’area dei controlli Inps, che per legge, devono essere orientati nei confronti delle imprese non appartenenti alla rete».

La riflessione conclusiva di Pinto è un invito a colpire il bersaglio senza girarci attorno: «Dovremmo imparare a monitorare e valutare l’efficacia delle politiche pubbliche, magari a migliorarle, prima di avviare altre iniziative. Accade, invece, che ad ogni fatto di cronaca la politica tenda a rispondere con nuove leggi e nuove strumentazioni, che saranno a loro volta abbandonate alla prima occasione. Il contrasto al lavoro irregolare è operazione complessa che richiede una strategia di ampio respiro, non risposte occasionali e di breve periodo. Una strategia efficace presuppone una approfondita conoscenza del fenomeno che si intende combattere».

Anche perché da Roma arrivano segnali contrastanti. I colpi di accetta annunciati dai ministri Orlando e Martina, come la confisca dei patrimoni ai caporali e alle imprese- canaglia che si avvalgono dei caporali, lasciano ben sperare. Ma nel consiglio dei ministro di venerdì nel decreto legislativo in materia di semplificazione, la maxi sanzione contro il lavoro nero è stata alleggerita. Tanto vale allora far funzionare quel che già esiste. E far sapere che funziona. Specie quando svela vergogne imprenditoriali.

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