Mercoledì 23 Gennaio 2019 | 11:00

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Le Prefetture-tartaruga ditta barese perde lavoro

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di Valentino Sgaramella

BARI - Quello che non si riesce a comprendere è se si assiste ad una disarticolazione degli apparati dello Stato o se siamo in un regime di transizione verso qualcos’altro. Quanto accaduto ad un’impresa di Bari ha davvero del paradossale. Ha perso un’importante commessa di Poste italiane perché non ha ricevuto l’apposita certificazione antimafia richiesta. E come questo ve ne sono tante altri di esempi. Il fatto è presto detto.

L’impresa si occupa di ingegneria specializzata in lavori di impiantistica, ristrutturazioni edilizie, impiantistica destinata allo sfruttamento delle energie alternative. È piccola ma molto qualificata e attiva. Conquista con fatica una nicchia di mercato e diviene lentamente fornitore quasi preferenziale di Poste italiane. In particolar modo in Emilia Romagna e nel nord Italia in genere. Addirittura riesce ad ottenere qualche commessa anche in Germania.

Poste italiane in Emilia Romagna ad un certo punto chiede alla società l’iscrizione alla cosiddetta «white list». Si tratta di un elenco di aziende che devono dimostrare di avere superato tutti i controlli antimafia. Entrare in questo elenco significa non essere costretti ad ottenere il certificato antimafia tutte le volte che si partecipa una gara d’appalto e la si vince.

L’azienda invia la richiesta di iscrizione alla Prefettura di Bari. Dal capoluogo pugliese rispondono che, in base alla tipologia dell’impresa, non può ottenere questa iscrizione. Che vuol dire in concreto? A Bari le tipologie di lavori inclusi in quell’elenco sono in numero limitato. Ma a quanto pare, tali tipologie sono diverse da una Prefettura ad un’altra. Quindi, la tipologia per cui lavora l’impresa non è contemplata in elenco a Bari mentre lo è pienamente per la Prefettura del capoluogo emiliano.

Trascorrono mesi perché Bari risponda. Dal capoluogo pugliese suggeriscono all’impresa l’iscrizione nella «white list» di Bologna. Da Bologna, così ipotizzano a Bari, chiederanno alla Prefettura barese le certificazioni antimafia indispensabili e si risolverà il caso.

Ma spunta qualcosa che rallenta in modo esasperante la pratica. Infatti, Da Bologna parte come previsto la richiesta di un’informativa antimafia a Bari. Dal Palazzo di governo chiedono informazioni di rito alla Questura. Purtroppo, fra i titolari dell’azienda un paio di persone sono nate a Roma. Dunque, la Questura di Bari, dopo avere impiegato alcuni mesi solo per interrogare il sistema informativo nel capoluogo pugliese, richiede le informazioni alla Questura di Roma. Trascorrono sei mesi. Va detto che la Questura della capitale è oberata di lavoro in proporzione al numero degli abitanti della città capitale rispetto a quelli che ha Bari. Da Roma quindi nessuna risposta.

Poste italiane non vuol più saperne. L’impresa perde il lavoro commissionato.

Insomma, si scopre che manca un sistema informativo unificato su scala nazionale che consenta di avere in breve tempo tutte le informazioni sulla storia di un’impresa. Esiste invece una suddivisione per territorio che fa perdere tempo prezioso.

La Questura di Bari trasmette alla Prefettura di Bari una nota con la quale dichiara che l’azienda in Puglia non ha precedenti per reati mafiosi né ombre di alcun genere. Accade però che la prefettura di Bari pone alla Polizia di Stato per tre volte di seguito la stessa domanda. Il che significa un’ulteriore perdita di tempo per un’informazione che già è stata inviata dalla Questura. Dalla Prefettura barese fanno osservare che l’azienda già da tempo avrebbero dovuta inserirla nell’elenco delle ditte richiedenti l’adesione alla «white list», alla Prefettura di Bologna. Infatti, far parte di questo registro agevola perché si può affidare un lavoro in attesa dell’istruttoria. E si scopre che la Prefettura di Bologna, pur avendo ricevuto la richiesta di iscrizione, non ha mai inserito la ditta nell’elenco dei richiedenti. Si è tuttora in attesa. Il lavoro è comunque perso.

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