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di LIA MINTRONE

BARI - No, questa volta non parliamo di malasanità. La mamma è salva. Dopo 48 ore in terapia intensiva, ora è in reparto. Il piccolo - Vincenzo, nato prematuro e dal peso di un chilo e 700 grammi - è ancora in terapia intensiva nel modernissimo reparto di Neonatologia del Policlinico. Sta recuperando, ma il primario, il prof. Nicola Laforgia, preferisce non pronunciarsi fino alle dimissioni del piccolo paziente.

Di fatto, mamma e figlio, sono salvi grazie ad un sinergico lavoro di équipe che ha visto in pole position la 2ª unità operativa di Ginecologia e ostetricia del Policlinico, diretta dal prof. Ettore Cicinelli.

Ma che cosa è accaduto a questa signora di 38 anni, di Bisceglie, che fino a dieci giorni fa pensava di vivere una gravidanza serena e senza problemi come tante altre donne?

«La signora mi è stata mandata una decina di giorni fa dal ginecologo che la seguiva - racconta il prof. Cicinelli -. Quando l’ho visitata mi sono reso conto che aveva un problema alla placenta, che non era inserita nel fondo dell’utero bensì nella parte bassa, in corrispondenza di una cicatrice del precedente taglio cesareo. Inoltre, la placenta presentava una forte anomalia dovuta ad una enorme vascolarizzazione. In più, la stessa placenta infiltrava la parete della vescica».

La signora - che chiameremo Anna, come la Santa che protegge le donne incinte - apprende la notizia del suo stato di salute e il mondo le crolla addosso. Il primario le spiega la sua situazione, così come il rischio che corre insieme con il suo bambino. La conseguenza più tragica di questo tipo di anomalia è l’origine di una forte emorragia con decesso della donna e del feto.

Anna e il bambino sono in pericolo. Cicinelli si rende conto che non c’è tempo da perdere. Fa immediatamente ricoverare Anna nel suo reparto e nel frattempo viene fatto maturare il polmone fetale del bambino.

Anna è alla 31ª settimana di gravidanza. Ma la settimana scorsa ha un sanguinamento notturno e tutto viene anticipato.

Venerdì scorso viene costituita l’équipe che dovrà occuparsi dell’intervento. In sala operatoria, oltre al prof. Cicinelli, ci sono il dottor Francesco Romano, il radiologo interventista, prof. Scardapane, l’urologo , prof. Battaglia, il neonatologo, prof. Nicola Laforgia, anestesisti, rianimatori e tutta l’équipe ostetrica. L’intervento dura sei ore, ovviamente in anestesia totale.

«Abbiamo dovuto incidere il ventre della signora sin quasi allo sterno, sino alla parte più alta dell’utero - continua a raccontare Cicinelli -. Il bambino, che era in posizione naturale, lo abbiamo preso dal culetto. Per la mamma ci sono volute dieci sacche di sangue, le abbiamo dovuto togliere l’utero, le è stata riaperta la vescica e ricostruita contestualmente dall’urologo. Il bambino è stato subito affidato al prof. Laforgia, ed è ancora in terapia intensiva».

Il peggio è passato, ma l’équipe dei medici non nasconde la forte apprensione che c’è stata durante l’intervento. Oggi, il prof. Cicinelli, sorride, decisamente più rilassato rispetto a qualche giorno fa ed è lui stesso a dire che «In Italia, il tasso di mortalità materna al momento del parto è di 12 casi su centomila nati. Il 25% dei decessi materni è legato a emorragie e i casi di placenta con patologica invasione dell’utero sono aumentati a causa del forte incremento dei parti cesarei».

Ma il dato sul quale vale la pena fermarsi a riflettere è quello sulla mortalità delle gestanti.

«In Italia nascono poco meno di 600mila bambini all’anno - riferisce il primario di Ostetricia e ginecologia -. E i casi di morte materna sono circa 18 all’anno. Di questi, il 50-70 % possono essere evitati solo con una corretta assistenza: 9 -13 di queste donne possono essere salvate solo se si ha a disposizione un sistema di équipe medica, è l’unica arma che abbiamo a disposizione per salvare le mamme e i bambini, altrimenti la morte è sicura».

E pensare che fino a dieci giorni fa alla signora Anna era stato detto che andava tutto bene.

Oggi, questa giovane donna forte e coraggiosa chiede solo notizie del suo bambino, non vede l’ora di averlo accanto e di portarselo a casa. Il professore la accarezza, lei lo bacia.

«Mi hanno salvata, lo scriva!».

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