Sabato 19 Gennaio 2019 | 03:10

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di GIOVANNI LONGO

BARI - Per 21 giorni è rimasto in carcere con la pesante accusa di omicidio. Un arresto che non doveva essere disposto, «non emergendo in capo al ricorrente qualsivoglia profilo di dolo o colpa grave nella genesi e nella protrazione della privazione della libertà personale ingiustamente sofferta», ha scritto nei giorni scorsi la Corte d’Appello di Bari. Per questa ragione lo Stato dovrà risarcire Giovanni Lazzari con settemila euro, somma superiore a quella stabilita mediamente in questi casi (di solito 235 euro al giorno).

La vicenda in cui l’uomo venne coinvolto riguardava l’omicidio del costruttore Raffaele Pirro, di 73 anni, nato a Bari, domiciliato da anni a Roma, ucciso nella notte tra il 15 e il 16 luglio 2010 all’inter no della piazzola di sosta che si trova lungo la statale 100, nei pressi dello svincolo per Capurso. La vittima venne freddata con un colpo alla nuca di una pistola calibro 7,65, esploso a distanza ravvicinata. Una settimana dopo il delitto venne fermato Raffaele Lazzari, imprenditore altamurano, fratello di Giovanni, accusato dell’omicidio. Un anno dopo lo stesso Giovanni e una terza persona, finirono dentro con la stessa accusa.

Stando all’ipotesi della Procura, i fratelli Lazzari avrebbero agito per timore di finire sul lastrico. Dentro di loro - sostengono gli inquirenti - era maturata la convinzione che se un’azione giudiziaria intentata dalla vittima contro l’i m p re s a di costruzioni di Matera per la quale i fratelli altamurani stavano lavorando in subappalto, fosse andata a buon fine, sarebbero stati loro a farne le spese. Trovandosi già da qualche tempo in brutte acque, non potevo permettersi di perdere altri soldi. Erano stati informati - questo sarebbe stato il movente - del fatto che Pirro, tramite il suo legale, aveva comunicato di essere intenzionato a procedere all’iscrizione di ipoteche su alcuni immobili costruiti a Gioia dall’impresa materana. A quel punto, la vendita dei manufatti oramai quasi completati sarebbe stata «congelata». Una tesi in parte smontata dal Riesame (almeno per Giovanni Lazzari e l’alt ro indagato).

Il Tribunale, nel merito, in primo grado, stabilì che Raffaele Lazzari agì da solo. L’uomo fu condannato a 18 anni per omicidio volontario premeditato. Il fratello Giovanni e l’altro indagato furono assolti. «La ricostruzione degli inquirenti secondo cui Lazzari Raffaele, all’imbocco della statale 100, direzione Taranto, si sarebbe unito al fratello per recarsi con lui sul luogo del delitto - scrive tra l’altro la Corte d’Appello che ha riconosciuto l’ingiusta detenzione subita da Giovanni Lazzari - era meramente ipotetica e contrastante con quanto riferito» da un testimone. Tenuto conto del «pregiudizio di natura morale insito nel patema d’animo» e della «condizione di sofferenza psichica indotta dall’ingiusto sacrificio della libertà personale», secondo i giudici «si giustifica un incremento dell’importo (...) fino alla misura di settemila euro», riconosciuto a favore di Giovanni Lazzari.

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